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Tra la Murgia e l'Africa, Checco il genio parla di noi

«Tolo Tolo diverte ma non troppo perché pone dinanzi allo specchio un carattere tipico degli italiani: la diffusa insofferenza alle regole»

Tra la Murgia e l'Africa, Checco il genio parla di noi

La recensione che avete sotto gli occhi è irrilevante. Non rileva, difatti, alcun giudizio critico rispetto a un fenomeno come Tolo Tolo, che nelle prime ventiquattr’ore di programmazione, a Capodanno, ha incassato otto milioni e settecentomila euro (e chissà quanti ieri e domani). Una cifra pazzesca, ben oltre i precedenti record conseguiti al botteghino nei giorni dell’esordio dai film con Checco Zalone, che stavolta è attivo anche dietro la macchina da presa con il suo vero nome, Luca Medici. Dopo la fine del fortunatissimo sodalizio con il regista-sceneggiatore Gennaro Nunziante, il quarantaduenne showman barese rilancia a tutto campo, sempre prodotto dalla «Taodue» di Pietro Valsecchi. Sicché in Tolo Tolo è sceneggiatore insieme a Paolo Virzì, co-autore delle musiche, protagonista, regista e cantante di alcuni brani nella ricca colonna sonora, che include La lontananza di Modugno e Viva l’Italia di De Gregori.

A dieci anni dall’esordio sul grande schermo con Cado dalle nubi e quattro anni dopo Quo vado?, Checco Zalone si avventura su un terreno arduo che ha suscitato polemiche già alla vigilia dell’uscita del film: il razzismo, la xenofobia, l’eterno virus fascista degli italiani paragonato alla candida, «che esce fuori con il caldo e con lo stress». Per mettere a fuoco più efficacemente questo morbo nazionale egli disloca gran parte dell’azione in Africa, un po’ come fecero in tempi diversi - si parva licet - Ennio Flaiano nel suo romanzo Tempo di uccidere ed Ettore Scola con la commedia Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa?.

Ma siamo ancora nel solco dell’irrilevanza di cui sopra, la stessa che sta spingendo molti a scandagliare questo testo come se fosse solo / tolo un film. Invece a far premio sono il corpo stesso, la personalità, la maschera e la lingua di Checco Zalone, che «cede» quote della sua irresistibile comicità all’ambizione di raccontare l’odissea di un bianco «nel continente nero». È vero, Tolo Tolo fa ridere meno dei precedenti titoli del Nostro, e non perché sia più «scritto» o più «d’autore» rispetto alle storie dirette da Nunziante. Anzi, a noi la sceneggiatura è parsa qua e là meno centrata sulla vena lunare del personaggio e abbiamo trovato superfluo il finalino «pediatrico» delle cicogne a cartoni animati.

Tolo Tolo diverte ma non troppo perché pone dinanzi allo specchio un carattere tipico degli italiani: la diffusa insofferenza alle regole, in primis alle imposizioni fiscali, cui corrisponde l’indifferenza o l’inimicizia rispetto agli altri, tanto più quando hanno la pelle nera (in Italia i neri sono una minoranza, eppure alimentano paure estranee alle statistiche).

Genio involontario, qual è sempre il genio, Checco Zalone mette in scena un tipico arrampicatore sociale o imprenditore faccio-tutto-io, un egocentrico dalle aspirazioni spropositate e un po’ folli come l’idea di aprire un ristorante fusion «Murgia & Sushi» nel paese natale di Spinazzola (il set è a Gravina in Puglia). Il locale non ci metterà molto a fallire e un mese dopo siamo già al pignoramento dei beni dell’incauto investitore (Nicola Di Bari) e delle due mogli di Checco, il quale fugge in Africa per sottrarsi ai creditori e alle tasse.

Dapprima cameriere in un lussuoso resort affollato di connazionali che si lamentano dei lacci alla libera impresa subiti in patria, Checco scamperà a un attentato islamista (c’è un’eco di Che bella giornata), pur preferendo l’Isis alle duplici rivendicazioni coniugali, e il rombo aereo degli F16 ai rigori tributari del modello F24. Da qui in avanti, diventa un migrante nel deserto insieme a un compagno di sventure (Souleymane Silla), all’affascinante e combattiva profuga di cui s’invaghisce (Manda Touré), e a un bambino che viaggia con lei, chiamato Dudù «come il cane di Berlusconi» (Nassor Said Berya). Altro non diremmo, perché è noto o prevedibile e comunque c’è poco da «spoilerare» quando un milione di persone al giorno vede il film...

La trama di Tolo Tolo è costruita intorno alla cronaca di questi ultimi anni: il protagonista viaggia su un camion stracarico di umanità dolente nella fascia sub-sahariana, finisce nelle prigioni libiche e indossa il giubbotto arancione dei naufraghi salvati a bordo di una nave delle Ong nel Mediterraneo. Insomma, fonde la sua immagine surreale con le drammatiche icone che fanno parte del nostro orizzonte quotidiano. Certo, Checco non rinuncia alla battuta politicamente scorretta, per esempio verso l’ossessiva pizzica afro-salentina, né alla sana invettiva contro il francese radical chic che in Suv s’aggira nel deserto a caccia di storie da copertina: «Ma vaff... Va!».

Però il film sta proprio in questa con/fusione tra familiarità ed estraneità, Murgia & Sushi, appunto... Così il potenziale razzista si ritrova tra i clandestini. E l’evasore fiscale spera, una volta sbarcato in Europa, di far parte della quota di migranti assegnata al Liechtenstein e misurata in chilogrammi! Mentre in Italia un idiota di successo, tale Gramegna (Gianni D’Addario), fa carriera rapidamente da disoccupato a presidente del Consiglio e oltre... Il tutto scandito dalle apparizioni di personalità del giornalismo e della politica come Enrico Mentana, Massimo Giletti e un auto-ironico Nichi Vendola (a suo tempo sfottuto da Checco).

«Il medium è il messaggio», sostenne un grande sociologo, cioè la forma di comunicazione in sé conta più dei contenuti. Qui si potrebbe annotare che il messaggio è il medium chiamato «Checco Zalone» e ogni chiosa conta poco o punto. Punto.

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