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La morte del regista

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Alter Ugo del genio, addio Gregoretti. Non fu «solo» un importante regista, ma anche un giornalista, un viaggiatore curioso e sornione nella vita quotidiana degli italiani, e un innovatore dell’inchiesta televisiva con il candore faceto che resterà la sua cifra negli annali della Storia dello Spettacolo. L’ironia è merce rara nell’Italia che tende a prendersi sul serio, soprattutto quando non fa sul serio, eppure Gregoretti non vi rinunciò neppure nelle stagioni appassionate delle lotte operaie e delle contestazioni alla Mostra di Venezia, che lo videro in prima linea con Pasolini (per dirne una, ribattezzò «Goldonia» la scena delle nuove baruffe lagunari).

Infatti la sua adesione alle ragioni dell’antagonismo era scevro dei furori ideologici e della virulenza verbale di cui molti in seguito si sarebbero pentiti (molti no, limitandosi a far finta di nulla o scegliendo l’apostasia).
Gregoretti entrò in Rai nel 1953 nel ruolo di impiegato «con regolare raccomandazione», quindi alla vigilia dell’inizio delle trasmissioni televisive, il 3 gennaio 1954. Aveva 23 anni e fu presto cooptato nel gruppetto di lavoro del neonato Telegiornale diretto da Vittorio Veltroni. Ricordò così gli esordi: «Ah Gregoré, ma ndò vai?, mi diceva il capo degli uscieri. E qualche volta il direttore mi invitava a casa sua e io mi divertivo a tenere in braccio il secondogenito Walter e lui, felicissimo, mi inondava di torrenziale pipì».

Viene da quelle prime esperienze (la Tv, non la pipì) la propensione divulgativa e la cura dei tempi e dei modi del racconto cui Gregoretti riservava la massima attenzione. Perciò era guardato con sospetto dai cerberi della rivoluzione (presunta) che al cinema concionavano sulle classi subalterne, finendo non di rado per affliggerne gli umori nel tempo libero.
Dissacrante e insofferente alla rigidità dei formati narrativi, sul farsi degli anni Sessanta e del boom, Gregoretti sperimentò un incrocio di reportage e satira nel programma intitolato Controfagotto, uno scandaglio dell’Italia minore tutt’ora molto imitato (fra gli ospiti Oriana Fallaci e Totò). Del resto, quella era la Rai-Tv di Mario Soldati, della candid camera di Nanni Loy che al bar faceva «la zuppetta» del maritozzo nel cappuccino di increduli avventori (Specchio segreto), di Sergio Zavoli capace di intervistare persino le monache di clausura.

E un giorno o l’altro si potrebbe dedicare uno studio a certi programmi come abbrivio del Sessantotto, ovvero della rivoluzione dei costumi che è rimasta, in fondo, l’unica autentica eredità sessantottina.
Nel fervore politico e culturale di quegli anni, ecco alcuni dei film celebri di Gregoretti, in verità pochini, nonostante sia stato a lungo presidente dell’Anac, l’associazione degli autori. Ricordiamo «Il pollo ruspante», con Ugo Tognazzi, episodio di Ro.Go.Pa.G, il cui titolo metteva insieme la prima sillaba dei cognomi dei registi impegnati nella produzione collettanea: Rossellini, Godard, Pasolini e Gregoretti, il quale raccontava amabilmente che dovette «accontentarsi» di figurare con la sola G per evitare il rischio dell’effetto sonoro aggressivo del «gr» finale. Vanno poi menzionati Omicron con la sua satira fantascientifica e Apollon, «Cinegiornale Libero Roma 1969» recitava il sottotitolo, dedicato alla tenace occupazione della tipografia romana «Apollon» lungo la Tiburtina da parte degli operai licenziati (narratore Gian Maria Volontè).

Intanto sul piccolo schermo Gregoretti continua a esercitare uno sguardo giocoso e libertario dirigendo sceneggiati memorabili come Il circolo Pickwick da Dickens (1968) in cui il Nostro appare in abiti moderni all’inizio di ogni puntata, un po’ alla maniera di Culloden di Peter Watkins, nel quale i soldati della storica battaglia di metà Settecento parlano guardando nell’obiettivo, come se fossero intervistati. Tocca quindi a Le tigri di Mompracem, Romanzo popolare italiano e, negli anni Novanta, a Il conto Montecristo con uno spirito parodico post-Tangentopoli. Non mancano le prove teatrali all’insegna del consueto disincanto e di una vena quasi surrealista. Quando viene nominato direttore dello Stabile di Torino nel 1985, Gregoretti esordisce portando in scena I figli di Iorio, versione beffarda di Eduardo Scarpetta della tragedia in versi dannunziana, e nel 1987 mette in cartellone al teatro Carignano Le miserie d’ Mônssu Travet, la commedia ottocentesca di Vittorio Bersezio, protagonista Paolo Bonacelli, un attore non piemontese. La scelta scatenò le ire del movimento leghista «Piemont-Autonomia Piemonteisa» orchestrate da Gipo Farassino, una «sommossa» di cui Gregoretti raccontava i dettagli con toni sapidi.

Romano di nascita e napoletano per amore avendo sposato Fausta Capece Minutolo, discendente da un antico e nobile casato partenopeo, Gregoretti negli ultimi dieci anni era di casa a Bari. Sua figlia Orsetta, attrice e organizzatrice culturale, ha sposato Felice Laudadio, direttore del Bif&st, festival cui Ugo non mancava. Anzi, presentò con Veronica Pivetti la serata finale dell’edizione numero zero, quando si chiamava «Per il cinema italiano», nel gennaio 2009 al Kursaal Santalucia.
Molti diranno che Gregoretti ci mancherà. Non è vero: nell’Italia di oggi la sua ironia è straniera, un’eco della battaglia bella e perduta contro la feroce stupidità in auge.

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