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LETTERE AL DIRETTORE

I paradossi della caduta del petrolio

Negli ultimi anni, l’applicazione delle nuove tecniche estrattive del petrolio, specie in USA e Canada (con l’utilizzo degli scisti bituminosi, ovvero delle rocce sedimentarie) ha dato uno scossone al mercato mondiale del prezioso “greggio”, facendone crollare il prezzo alla produzione da oltre 120 dollari al barile a meno di 30, soprattutto per la contro-reazione dell’Arabia Saudita, che perdendo continuamente terreno (ordini) sui mercati, sta pilotando la drastica riduzione dei prezzi, rinunciando a ridurre la produzione, per sconfiggere la stessa concorrenza dei produttori Opec. Bene. Anzi male. Perché si dice ora che tutto ciò sta causando una violenta crisi economica nei paesi produttori degli “shale oil”, per il crollo dei loro guadagni, che sta per portare - si ipotizza - a massicci licenziamenti di personale in tutti i settori dominati dalle compagnie petrolifere interessate. In poche parole, Stati Uniti & Co temono ora, dopo un periodo di vacche grasse, l’aggravarsi della disoccupazione, la riduzione consumi e la flessione della produzione industriale, anche in concomitanza con il crollo del mercato russo e la flessione di quello cinese. Mi chiedo se per scongiurare questi pericoli bisognerebbe augurarsi che il petrolio possa risalire a 200 dollari, anziché diminuire. A discapito dei fessi.

Armando Santoro (Bari)

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