Domenica 29 Maggio 2022 | 10:22

In Puglia e Basilicata

LA METAFORA

La «pezza a colori» alla lunga non paga

Michele Mirabella

Michele Mirabella

Si chiamava Filippo Tatulli, sartore di Bitonto, magnifico tagliatore e cucitore provetto

03 Aprile 2022

Michele Mirabella

Ah! Il destino delle parole! Ve n’è di quelle pronunciate da quelli che si reputano facitori di Storia: parole maiuscole e fatali che sembrano progettate nella evoluzione semantica per essere pronunciate, scritte, lette per tracciare solchi, disegnare confini, lanciare proclami, fondare imperi, appiccare rivoluzioni. E fare guerre orribili. Vi sono parole minuscole, poi, nate per essere coccolate nel domestico, balbettate in cucina, mercanteggiate nei tinelli, pronunciate nella intimità del quotidiano. Parole e nomi che andrebbero lasciati in pace. «Pezza» è una di questi e, con le sue varianti come il vernacolare «pezza a colore», si rivela preziosa nel lessico esplicito ed efficace del popolo.

Si chiamava Filippo Tatulli, mastro sartore di Bitonto: era magnifico tagliatore come tutti i veri sarti hanno da essere, ma anche cucitore provetto. Le sue impalcature delle giacche erano un capolavoro di finezza e di accuratezza, tutte le cuciture e le imbottiture erano firmate da una mano abile e instancabile che sapeva armonizzare impunture e crini, sete e garze di sostegno con le stoffe che egli stesso sapeva scegliere e consigliare. Era ammirevole la sua dimestichezza con la lingua dei suoi colleghi albionici: la contaminazione tra il suo bitontino e l’Inglese di Bond Street era irresistibile. Solo davanti al rammendo, al rinaccio o alla riparazione, Mastro Filippo si asteneva categoricamente e si ritraeva rispettoso di un’altra arte, quella della «pezza a colore». Mastro Filippo non si sarebbe mai compromesso con il mettere le pezze che era, ed è, altro mestiere, rispettabile, s’intende, ma altro, rispetto al suo. Che riposi in pace nel paradiso dei sarti. Ma la «pezza» non ci lascia requie e ci sorprende nella cronaca non solo spicciola, ma in quella autorevole della politica. Anche in quello che, un tempo, era il palcoscenico di una educata austerità, la televisione, oggi è dato di ascoltare locuzioni corrive e popolari come: bisogna «metterci una pezza» o «quello ha le pezze al c...». Non è proprio da giureconsulti o da filologi, ma ha una sua rustica efficacia plebea.

La parola «pezza», umile, ha una storia antica. Già dal latino parlato preleviamo il calco celtico «pettìa» che stava per pezzo di tessuto in genere. Nel medioevo lo troviamo usato nel significato odierno di pezzo di tessuto o altro usato per riparare qualcosa di rotto e, subito, nasce il modo di dire «mettere una pezza» che vuol dire aggiustare alla meno peggio con la variante «rappezzare». Almeno che non volesse alludere alle pezze d’appoggio, francesismo commercialistico che significava né più né meno quello che vuol dir oggi: documento giustificativo. Non credo. Né credo che in politica si alluda alle «pezze da piedi» che erano le spregevoli sostitute dei calzettoni per soldati negli eserciti poveri. È vero che c’è anche di peggio: il metodo del «vaffa», di quelli che, ora, sono abbastanza randagi, ma furono litigiosi e spumeggianti. Ora sono alle pezze. Nel salotto buono, no, ma nei bar, il colloquiale senso dell’aggiustare come si può, alla meno peggio, e rappezzare può essere accettato: picaresco e sbrigativo. Somiglia a un’espressione idiomatica che ben conosciamo in Puglia e, credo, in tutto il meridione: qui esiste il modo franco di dire «pezza colore» da cui rifuggiva l’onesto e geniale sarto Filippo.

La «pezza a colore» è un modo truffaldino di simulare, imbrogliare i discorsi, di trovare un sotterfugio per camuffare piuttosto che per riparare. Le «pezze a colore» sono dei trucchi volgari per nascondere le malefatte o sbrigarsela dopo una gaffe.
La nostra generazione ha conosciuto l’arte umile e paziente delle rammendatrici che trovavano fili di lana, scampoli tessili, pezze, appunto, somiglianti nel colore e nella trama al tessuto delle nostre giacche, esemplari unici, per coprire la magagna, la consunzione o lo strappo, ma quella era abilità sopraffina. Però al di fuori della sartoria, mettere pezze non sta bene, non serve, alla lunga non paga. Anche i sarti erano pronti e abilissimi a rivoltarti la giacca quando un verso era allo stremo, ma quelli onesti come Mastro Filippo avrebbero sfuggito come una peste la metafora. «Rivoltare la giacchetta» era impensabile per lui. Era stato ed era socialista. Quando lasciò il suo banco, il suo ago e il suo filo e le sue oneste pezze di stoffa era ancora convinto che i socialisti dovessero essere a sinistra.

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