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Lessico Meridionale

Ma oggi è «Storico» un tiranno allo stadio?

Vladimir Putin

Le frasi solenni di ere fa: da Giulio Cesare all’«Obbedisco» sintetico e rassegnato di Garibaldi

20 Marzo 2022

Michele Mirabella

Per inclinazione di carattere sono portato a rilevare negli eventi sociali e di costume, ma stavo per scrivere eventi storici, gli aspetti minimi, il fondale scenico, la congerie pulviscolare dei particolari che disegnano i fatti con altrettanta efficacia descrittiva e spettacolare del nerbo delle cose decisive.

La parola di oggi sarà, dunque, un aggettivo: Storico.

Indago e scruto le pieghe dei sorrisi, le smorfie dei protagonisti, il colore di un’uniforme, il nitrito muto dei cavalli statuari, il decolleté delle signore, l’indugio descrittivo dello storiografo sono importanti, per me, al pari del discorso protocollare, del conflitto marmoreo, del dramma monumentale. La Storia non si scrive solo con gli eventi allestiti nelle Cancellerie o nelle regie dimore, nei padiglioni castrensi o negli uffici degli stati maggiori. Con toghe e pennacchi, feluche e doppiopetti. Voglio tentare di comprendere la vita che è stata: per questo mi interessa anche una «mappina», come diciamo a Bari o il parere della lavandaia, come avverte Brecht nel suo Galileo.

Lo storiografo investiga con passione meticolosa la vita quotidiana, rovista nella borsa della spesa e nella cartella dello scolaro e, se Napoleone avvertiva che nello zaino di ogni fantaccino poteva esserci il bastone da maresciallo, è vero che in quello zaino aveva da starci anche pane, qualche cipolla e la razione di acquavite, ammonendoci con la certezza che nella giberna di quel soldato abbiano viaggiato per tutta l’Europa anche gli ideali della Rivoluzione francese. Cipolle e Giacobini, insomma. E nella vasca di Marat, mi domandavo curioso, di cosa profumavano l’acqua e il sapone che Carlotta Corday si ingegnò di arrossare col sangue di quell’irriducibile?

E Garibaldi? È vero che aveva i reumatismi? Avranno interferito con le sue decisioni? A scuola m’hanno sempre colpito le parole fatidiche, le frasi solenni, quelle espressioni icastiche che i manuali di storia ammanniscono agli studenti. L’almanacco delle citazioni rigurgita di proposizioni lapidarie riassuntive di vite spese per le Cause. Ma Giulio Cesare davvero pronunciò la famosa frase «Tu quoque Brute, Fili mi!?» Garibal«Anche tu Bruto, figlio mio!». Quella constatazione, quel rantolo, trafiggono l’attenzione degli scolari cui si narra della morte del magnanimo e gli scolari si confermano nella pietà rabbiosa e nell’antipatia per quel bruto di Bruto. Ingiustizie del luogo comune: il tirannicida che si immolò per la repubblica e a questa sacrificò il suo amor per il padre adottivo denomina nell’uso tradizionale il più turpe degli assassini e dei violenti in genere.

Ma torniamo alla frase solenne. Tutta studiata? Cesare arranca sanguinando fin sotto la statua di Pompeo per passare alla Storia scrivendone una pagina che è parte di una vera e propria sceneggiatura? Pare che sia così. E se lo ha fatto apposta ha dimostrato di essere davvero il magnanimo di cui si narra e tramanda. E di conoscere il mestiere del politico di razza.
Garibaldi fu il più sintetico, per esempio, con quell’essenziale «Obbedisco» ma rassegnato. Più circonvoluto, ma commovente quell’incipit savoiardo di Vittorio Emanuele II: «Non siamo insensibili al grido di dolore che da tante parti d’Italia, eccetera». Indimenticabile quel «Tutto è perduto fuorché l’onore» scritto alla mamma da Francesco I dopo aver perso la battaglia di Pavia, contro Carlo V. Per non farla stare in pensiero aggiunse «e la vita che è salva». Il manuale trascura l’aggiunta famigliare. Mi domando come potessero queste grandi firme aver tempo per escogitare i motti con tutto quello che avevano da fare.
Se per il passato la mia curiosità si ombreggia di fascino investigativo e di gusto antiquario, per il presente, mi prende una specie di piccola mania archivistica, una solerzia notarile che, evidentemente, mi intriga, ma intende, anche, agevolare il lavoro e lo studio di chi verrà.

I capi di oggi non offrono granché, infatti, troppo presi dal disbrigo degli affari, evidentemente. Ma, anche, vittime del tempo dei nuovi «media» che non consente riflessioni e consultazioni di poeti d’occasione. Ma permette al pubblico la liberatoria pernacchia. La tempestività è indispensabile e in passato era impossibile. Oggi tale Putin, un tiranno sanguinario, passeggia in uno stadio stracolmo della sua tifoseria, infagottato un una giacca a vento rubata a Fantozzi e farneticando della sua follia ad una massa di salariati consenzienti. Niente frasi archiviabili nella memoria della storia da scrivere: solo una nota di cronaca. Con una Z in campo nero.

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