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Lessico meridionale

Quanti comizi sul Mezzogiorno

L'ingordigia del Nord: loro più autonomi. E i servizi al Sud?

27 Febbraio 2022

Michele Mirabella

Che bella parola: «Mezzogiorno». Evoca scampanii e luce. Prelevata dalla rosa dei venti, ci ricorda il sole a picco e ombre cortissime. Sull’orologio delle devozioni domestiche indica ore preziose di un tempo perduto in cui la giornata cominciava all’alba e si chiudeva al tramonto ed era il tempo della fatica umana.

Il mezzogiorno segnava la metà di un orario che non aveva sirene né allarmi o sveglie: era scandito dal sole e dalla notte. Pascoli acquerella il «santo desco fiorito d’occhi di bambini» cui il suono delle campane di mezzodì chiamava radunando al «rezzo, alla quiete».

La mia generazione ha famigliarizzato con questa parola in un suo versatile sfruttamento geopolitico che stava ad indicare il Sud d’Italia. Dal dopoguerra si parlò di Mezzogiorno in questa accezione non astronomica, ma sociale ed economica e io ne ho un ricordo bizzarro legato ad un aneddoto che vissi da adolescente.

In una piazza di Bitonto, durante un’ennesima campagna elettorale, un tale si infervorava sul palco per un comizio. A quel tempo pretelevisivo i comizi erano un passatempo per molti, me compreso, e nelle piazze si avvicendavano tribuni d’ogni tacca e rango, sullo stesso palco cui venivano cambiati il panneggio, le bandiere e i cartelli secondo i partiti di turno. Si cambiava anche l’inno e lo spettacolo proseguiva per l’identico pubblico che celebrava, così, non l’appartenenza personale, ma solo una rustica democrazia appena ritrovata. Coppole, dunque, a profusione e cappe scure di braccianti delusi dal «compratore».

La musica era gracchiante, ma l’effetto dell’Inno dei Lavoratori o di Bianco fiore garantito. Il MSI aveva rinunciato al repertorio del bieco ventennio e optava per un Inno a Roma di Puccini, allusivo, ma inoffensivo: bellissimo. I comunisti ostentavano il loro Bandiera Rossa. Il comizio cominciava con entusiasmo. Rarissime le intemperanze, ma frequenti le interruzioni, anche pittoresche.

Una sera parlava un rappresentante dei lavoratori (se lo disse da solo) e delle donne. Anche questo titolo se lo attribuì lui, senza alcuna tema di essere smentito dato che di donne non ve n’erano che tre o quattro: taciturne e un poco spaesate: al tempo, era raro che assistessero ai comizi. Incipit protocollare: ringraziamenti alle locali autorità del partito. Seguì la parte più politica nella quale il nostro sembrò accalorarsi, individuando il nodo dei problemi da risolvere: il «Mezzogiorno».

Notai il comico stridore tra la prosa marmorea e tribunizia e l’inconfondibile dizione pugliese così cantilenante e piena di o strette e di e spalancate dove non ci vogliono che funestava l’affabilità dell’oratore.

«La questione del Mezzogiorno è in testa ai programmi del partito che rappresento» avvertiva, rude. E poi ammoniva «Se non si risolve il dramma del Mezzogiorno non si risolve il dramma del Paese». E proseguiva con esempi efficaci avviandosi a concludere con un commovente «Per le famiglie del Mezzogiorno arrivano solo fame e povertà», destinato ad infiammare gli animi.

Un tale che aveva ascoltato sotto il palco, col naso all’insù per tutto il tempo, non perdendo una parola, una minaccia, un auspicio, alzò la mano e disse «Scusa compare!». Cortese, ma perentorio. Ottenuto il silenzio, proseguì in un dialetto italianizzato che traduco: «Il Mezzogiorno ancora ancora arrangiamo. È la sera che non teniamo niente da mangiare». La questione meridionale era servita.

Mi sono chiesto, anni dopo, cosa pensasse l’anonimo bracciante della «Cassa per il Mezzogiorno». Anche lui, come tanti, avrà trovato obliquamente iettatoria la denominazione. Da noi, popolo frugale, si sa, la cassa di rado è quella cui si erano riferiti De Gasperi e Saraceno. Più tardi alcuni vollero equivocare e la chiamarono «Cassa DEL Mezzogiorno».

Ancora si torna a parlare del Mezzogiorno e ancora con il codazzo di sigle e parole d’accompagnamento: tavolo, agenzia, piano per il Mezzogiorno. E si parla, si parla e si discute. Qualche volta si evita di discutere per evitare di litigare, più spesso si litiga e basta. E rispuntano polemiche, dispute, conflitti di competenza. Spariti i comizi. Ci sono i «social». Meno attendibili e molto meno divertenti.

E se questa volta il Sud cominciasse a fare da sé preoccupandosi di far da mangiare al mattino, al Mezzogiorno e alla sera?

Mi risulta che lo stia cominciando a fare. Con coraggio e allegria. Il titolo di questo giornale, oggi, vuol dire anche questo. Se si lavorerà con quella convinzione e quella tenacia che i meridionali dimostrano quando vanno a lavorare a casa d’altri, potremo invitare a pranzo i detrattori e i litigiosi. Scelgano loro: di sera o a mezzogiorno.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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