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Vince l'informazione e perde la politica

Vincono i giornalisti, perde la politica, seppur ai tempi supplementari, a voler usare una metafora calcistica in linea con i palpiti e le passioni di questi giorni

Vince l'informazione e perde la politica

Libertà di stampa, diritto all’informazione, diritto di cronaca. Sono i tasselli di una società democratica, dati troppo spesso per scontati. Esercitarli, difatti, significa non essere sottoposti alle forche caudine di un apparato sanzionatorio inopinatamente e inutilmente gravoso nei casi in cui si travalicano i limiti del consentito offendendo l’onore e la reputazione altrui.
È quanto accaduto fino a ieri, viceversa, nel nostro Paese a far data dal 1948, grazie a una legge vessatoria (la n. 47) che prevedeva la pena detentiva per i giornalisti responsabili di comportamenti diffamatori (commessi a mezzo stampa ma poi estesi agli altri mezzi di comunicazione).

Una sanzione «eccessiva» e «sproporzionata», ha affermato la Corte europea dei diritti dell’uomo in più occasioni, come tale in contrasto con i principi fondamentali della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. E proprio la Cedu si è schierata in favore della classica visione della stampa come «cane da guardia» della democrazia, riconoscendo ai media un ruolo insostituibile (la libertà d’espressione del resto è garantita dall’art. 10 Cedu) e coniugandolo con un giornalismo responsabile (che nessuno del resto potrebbe negare). Rilevando altresì che, a tutela dell’art. 8 Cedu – diritto al rispetto della vita privata e familiare –, non è necessaria una tutela penale ma è adeguata una tutela di natura civilistica (Cedu, 29 gennaio 2004).
Si tratta, naturalmente, di contemperare valori agli antipodi – libertà di manifestazione del pensiero e tutela della reputazione individuale – e siamo di fronte a un’operazione complessa, il che non significa però sottrarsi all’obbligo di farlo se sol si vuol dare alla libertà di pensiero il peso che merita in un ordinamento liberale e democratico. Così non è stato, a causa di un ceto politico in altre faccende affaccendato che ha dimenticato le reiterate sollecitazioni della Cedu. Anche le raccomandazioni del Consiglio d’Europa sono cadute nel vuoto.

Ci voleva la Corte costituzionale a sbloccare una storia infinita, un’impasse apparentemente inestricabile. Ci voleva la Consulta che, dopo il monito lanciato giusto un anno fa affinché il legislatore intervenisse, essendo la libera manifestazione del pensiero un diritto «coessenziale al regime di libertà garantito dalla Costituzione» e una «pietra angolare dell’ordine democratico», preso atto dell’incapacità – e dell’incuria – dello stesso è scesa in campo direttamente con una sentenza che non è esagerato definire storica.

È un vizio tutto italico quello del panpenalismo. Ignorando che sanzioni civili e amministrative possono essere persino più efficaci e stringenti. Il giornalismo irresponsabile va colpito, è chiaro, ma in maniera proporzionata e – eccettuati i casi di eccezionale gravità (come quelli dei discorsi d’odio o di istigazione alla violenza), per i quali la Corte ha ritenuto costituzionalmente legittimo il trattamento sanzionatorio di cui all’art. 595 comma 3 c.p. – senza che si ricorra a sanzioni estreme.

Vincono i giornalisti, perde la politica, seppur ai tempi supplementari, a voler usare una metafora calcistica in linea con i palpiti e le passioni di questi giorni. Anzi, vince la libertà, di fronte a una politica inerte e colposamente distratta rispetto ad un tema che coinvolge valori costituzionali come l’art. 21 della Carta fondamentale e che nessuno ha voluto o è riuscito ad imporre nell’agenda politica, a prescindere dalle colorazioni dei singoli governi.
Ora, però, l’opera va completata, come sottolineato dalla stessa Corte nel comunicato stampa di ieri, ove si evidenzia la necessità di un intervento complessivo del legislatore per assicurare un più adeguato bilanciamento tra i valori in contrasto, tenuto conto dell’evoluzione dei media.

Ed è qui che, per le ragioni anzidette, si manifestano le più ampie difficoltà, le maggiori perplessità. Il potere legislativo ha la responsabilità di tracciare una disciplina in linea coi tempi, apprestando un nuovo apparato sanzionatorio. La stessa Cedu, che è da considerarsi il faro illuminante di ogni intervento in materia, in varie sentenze ha messo in guardia da sanzioni pecuniarie troppo elevate, a loro volta sproporzionate, perché potrebbero comunque tradursi in un self-restraint dell’esercizio della professione giornalistica, a partire da quel giornalismo di frontiera che «cerca» le notizie nell’ottica di un’informazione esauriente della collettività.
Affermava Thomas Jefferson, uno dei padri fondatori degli Stati Uniti, che «dove la stampa è libera e tutti sanno leggere, non ci sono pericoli», e che «la nostra libertà dipende dalla libertà di stampa»: limitarla significa perderla. Duecentocinquanta anni dopo non si può che condividere e sottoscrivere tali parole e – dunque – prendere posizione con fermezza contro ogni bavaglio – esplicito o implicito – alla libertà d’informazione.

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