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Riforma Csm, soluzioni non dirompenti ma utili alla condivisione

Riforma Csm, soluzioni non dirompenti ma utili alla condivisione

La scure è pronta ad essere brandita in senso massimalista

13 Giugno 2021

Avv. Vincenzo Tondi della Mura*

a crisi identitaria e di legittimazione che attanaglia la magistratura impone l’affronto di interrogativi preliminari necessari per la relativa soluzione. Essi riguardano anzitutto il contenuto della possibile riforma, se da orientare nel senso della responsabilizzazione dei singoli magistrati, ovvero del radicale sovvertimento dell’attuale sistema corporativo-giudiziario. Di rimando, essi interessano il tipo di decisione politica da adottare al riguardo, se da improntare in senso compromissorio, secondo il realismo dei piccoli passi, ovvero in senso decisionista, secondo la forza e la pretesa delle decisioni drastiche. Si tratta, com’è evidente, di interrogativi di merito e di metodo politico-costituzionale, che a loro volta sottendono altrettante necessarie considerazioni.

Quanto al merito, occorre tener conto delle ragioni della duplice urgenza sottesa all’invocata riforma: per un verso, l’esigenza di attendere al programma Next Generation EU e di fare fronte ai relativi adempimenti riguardanti il settore della giustizia; per altro verso, l’esigenza di superare la condizione di sconcerto sociale provocata dalle recenti cronache giudiziarie in ordine alle modalità clientelari e lottizzatorie del conferimento delle cariche direttive dei Tribunali e delle Procure più importanti del Paese. I dibattiti che ne sono seguiti non potevano non destabilizzare la credibilità dell’intero ordine giudiziario; non potevano non rafforzare il sospetto avanzato nell’ultimo trentennio sulla parzialità dei tanti provvedimenti restrittivi delle libertà personali, economiche e politiche, poi variamente rimossi negli ulteriori gradi di giudizio a costo di immensi danni esistenziali, imprenditoriali e di sistema. Quanto al metodo, occorre considerare la caratterizzazione trasversale ed eterogenea dell’ampia maggioranza governativa, alla quale ha opportunamente corrisposto la caratterizzazione tecnica, anziché politica, della Guardasigilli. Un testo di riforma capace di approvazione nell’attuale congiuntura di governo deve essere tale da favorire la mediazione fra le varie parti politiche; deve necessariamente evitare soluzioni radicali; deve essere compromissorio, anziché di parte; di manutenzione, anziché di riscrittura. Sicché è significativo il favore dimostrato dalla ministra Marta Cartabia verso lo strumento della delega legislativa, «perché coinvolge il Parlamento sin dalla elaborazione degli interventi normativi».

È in tale contesto che vanno inquadrate le scelte della Commissione Luciani, chiamata a formulare proposte per la riforma dell’ordinamento giudiziario. Questa ha indicato soluzioni non dirompenti, ma suscettibili di una condivisione (quantomeno provvisoria) consapevole. Il tutto mentre la scure referendaria è ormai pronta per essere brandita in senso necessariamente massimalista. Significativa e lucida è stata la conclusione della Relazione finale: «La Commissione, peraltro, non può fare a meno di richiamare l’attenzione su ciò che nessun intervento riformatore può avere successo senza un profondo rinnovamento culturale, del quale devono essere partecipi la politica, i mezzi di informazione, l’opinione pubblica e – soprattutto – la stessa magistratura». Di qui, per l’appunto, il tipo di soluzioni predisposte dalla Commissione, anzitutto in ordine all’elezione dei componenti togati del Csm. La scelta di non impiegare lo strumento del sorteggio, sia pure preceduto o seguito da una fase elettorale, è derivata dalla volontà di non far valere “una sorta di contraddittoria sfiducia nell’efficacia delle misure che si vanno proponendo, dalle quali dovrebbe invece scaturire una forte responsabilizzazione sia dell’intera magistratura che del Consiglio superiore»; e ciò anche se a costo di non scongiurare direttamente il rischio del riproporsi della precedente degenerazione correntizia.

Del resto, come la stessa Commissione ha osservato, non deve «nutrirsi l’illuso - ria rappresentazione che un intervento sul sistema elettorale del Consiglio superiore della magistratura possa di per se offrire una definitiva soluzione alle criticità che stanno interessando la magistratura italiana, le quali attingono invero a un sostrato comportamentale e culturale che nessuna legge da sola può essere in grado di sovvertire». La scelta pertanto è caduta verso il sistema del voto trasferibile, già proposto negli anni ‘90 da una precedente Commissione di studio, in quanto reputato capace di conciliare la permanenza delle realtà associative con la promozione della qualità delle candidature e con la valorizzazione del potere di scelta dell’elettore.

E così, in pari modo, la Commissione ha affrontato le altre questioni cruciali della riforma, rimanendo per così dire un passo indietro rispetto alle variegate e contraddittorie istanze della politica: con riguardo ai magistrati fuori ruolo, ha predisposto limiti più sfumati di quelli indicati dai partiti; con riferimento alle c.d. porte girevoli fra politica e magistratura, ne ha ribadito l’ammissibilità senza però restringerne particolarmente le conseguenze (il ricollocamento nel ruolo resta sempre ammissibile, sia pure con limiti territoriali e funzionali più marcati); in tema di nomine e trasferimenti non è stata considerata la proposta dell’istituzioni di commissioni «separate per funzioni» (diverse per giudici e pm), così da ridurre l’incidenza dei requirenti; né tantomeno sono state considerate le conseguenze derivanti dagli insuccessi processuali. Per contro, in senso convergente fra politica e studiosi, è stato predisposto un sistema di valutazione della professionalità dei magistrati secondo l’articolazione del giudizio positivo in «discreto», «buono», «ottimo». Spetterà alla politica decidere sino a che punto possa essere estesa la portata mediatrice della riforma in corso nell’attesa dello scontro referendario. Soprattutto, spetterà alla politica mostrare se il rinvio alla responsabilizzazione della cultura e dell’etica condivisa costituisca un effettivo collante sociale, ovvero solamente un modo di dire buono per ogni evenienza.

*Ordinario di Diritto Costituzionale (Università del Salento)

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