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Iorio prigioniero per caso, «Ma Bari è casa mia»

Iorio prigioniero per caso: «Ma Bari è casa mia»

«Amo il biancorosso, il club è in buone mani e merita la B»

Bari - Non ha soltanto composto una coppia da sogno con Aldo Serena nel 1980-81 per poi diventare l’anno successivo il bomber del Bari dei baresi. Il legame tra Maurizio Iorio ed il capoluogo pugliese va molto al di là del semplice rapporto sportivo. È un sentimento vivo, profondo, incancellabile. E non è un caso che, pur risiedendo a Milano, l’ex attaccante ora stia trascorrendo proprio a Bari il periodo di isolamento forzato a causa della pandemia da coronavirus. Iorio analizza il momento generale e dello sport, del calcio e del Bari. Dispensando raziocinio e cuore: doti che lo contraddistinguono nella vita, come accadeva in campo.

Come mai si trova a Bari in questo periodo?
«Da promotore e tecnico dell’Italia Beach Soccer ero venuto a Bari con l’idea di trascorrere un paio di giorni prima di prendere un volo per un torneo in Egitto. Il lockdown all’inizio di marzo ha bloccato tutto e devo dire che mi sono sentito fortunato a trovarmi in Puglia. La situazione a Milano era già inimmaginabile».

Come ha percepito la pandemia?
«È una tragedia epocale e ne avevo colto la gravità immediatamente. È noto quanto è avvenuto nel lodigiano e nella periferia di Milano. Ma la stessa città era irriconoscibile già da fine febbraio. La Lombardia è stata colpita duramente e quanto è avvenuto dovrebbe davvero indurci alla massima responsabilità. Sta circolando una malattia che può portare a gravi conseguenze: non siamo soli in questa vicenda, abbiamo il dovere di proteggere noi stessi ed i nostri cari».

Si parla continuamente di come possa riprendere il calcio e di quali formule adottare: che ne pensa?
«Trovo inopportuno e martellante la discussione su come ripartire. Tutti amiamo il calcio: l’idea di ricominciare inevitabilmente infonde speranze, prospettive, passione. Ma adesso siamo ancora nel pieno dell’emergenza sanitaria. Come si può pensare di scendere in campo con l’idea che quotidianamente perdiamo 600 persone in Italia? Dietro quei numeri ci sono famiglie che si distruggono e sofferenze inenarrabili. Oggi l’impegno di tutti deve mirare ad uscire da quest’incubo».

Resta il problema che si tratta pur sempre della terza industria italiana: cercare soluzioni è inevitabile.
«Ecco, il punto è proprio questo e forse saremmo tutti più onesti se parlassimo del profilo economico che pure merita il massimo rispetto. Nel mio piccolo, pure la lega di beach soccer perderà moltissimi introiti. Basti pensare che a marzo sono saltati due appuntamenti ed entro l’estate ne sono in programma oltre 20 che è fin troppo facile intuire siano a forte rischio. Eppure, la mia preoccupazione resta sulla tutela della salute. Pensare a soluzioni è saggio, ma forzare la mano diverrebbe maniacale ed irresponsabile fin quando non conosciamo la piega dell’epidemia».

Ha prestato il suo contributo alla campagna di solidarietà del Comune di Bari: il suo affetto per questa città è sempre speciale?
«Non finirò mai di ringraziare Bari ed i baresi per ciò che mi hanno dato e mi danno. Credetemi, avrei voluto fare molto di più. Comprendo la sofferenza del momento, di una città metropolitana che vive molto sulle attività e sul commercio. Mi auguro che le persone in difficoltà possano essere adeguatamente sostenute».

Il Bari ha dovuto interrompere la sua corsa verso la promozione in B: anche sul piano sportivo le sofferenze si prolungano da tempo.
«Il Bari è in buone mani, ora può contare su una proprietà seria, solida ed ambiziosa. Io resto un grande tifoso biancorosso ed è scontato che la dimensione della C sia ingiusta e mortificante per questa piazza. Dispiace che si sia fermato un percorso che poteva risultare vincente. Ma ripeto: la proprietà saprà tutelare la squadra ed eventualmente trovare gli strumenti per concorrere al salto di categoria. Cerchiamo di avere un po’ di pazienza: ci rialzeremo tutti insieme».

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