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«Prima la sicurezza, la moschea attenderà»: come in Puglia il Ramadan convive con l'emergenza

Per evitare assembramenti, le famiglie pugliesi pregano in casa. E le comunità islamiche si mobilitano per i molti venditori ambulanti che versano in condizioni difficili

«Prima la sicurezza, la moschea attenderà»

BARI - «Non c’è motivo per affrettarci. Aspettiamo che si torni in moschea quando sarà sicuro per tutti»: l’imam Saifeddine Maaroufi, della Moschea di Lecce, antepone la tutela della salute dei fedeli alle legittime e frequenti richieste di tornare a recitare la preghiera comunitaria del venerdì. Se nel mondo cattolico il divieto di celebrare messe è stato oggetto di dibattiti (con anche polemiche politiche), nella umma islamica pugliese c’è piena concordia nel ritenere che i riti musulmani in questo momento debbano essere sospesi, allineandosi alle norme anti-assembramenti del governo.

In pieno Ramadan, i musulmani vorrebbero riunirsi, ma le comunità hanno preferito sopprimere la preghiera del venerdì: «È un momento che si fonda sulla riunione della comunità - analizza Alì Pagliara, portavoce della comunità islamica di Bari, che con la provincia conta ventimila “fratelli” - e così abbiamo cancellato la preghiera. Non poteva avvenire con il distanziamento. I fedeli pregano regolarmente in casa, con il capo famiglia che fa da imam». «Senza comunità non c’è preghiera del venerdì. In quella giornata - aggiunge Maaroufi - tengo un sermone in streaming sui social affinché le persone ascoltino il messaggio della fede e speranza, consolidando il legame di fede. Il sermone però non assolve l’obbligo di preghiera. Nessuno commette peccato: in questo frangente determinato dalla pandemia siamo impossibiliti a pregare nelle moschee». «Certo - ricorda ancora - in Pakistan o Indonesia ci sono preghiere del Venerdì, ma lì hanno tante moschee e spazi più grandi per garantire le distanze. Qui da noi i centri islamici sono limitati nel numero e più piccoli. Come faremmo a selezionare gli ingressi nella moschea?».

Si attende dunque che la crisi sanitaria passi: «Se le cose andranno meglio, con le autorizzazioni necessarie, potremmo aprire durante la settimana, quando c’è meno partecipazione. Siamo in contatto con il sindaco Salvemini e con il suo staff per i protocolli futuri», dichiara Maaroufi.

La crisi economica rende però complessa l’esistenza di tante etnie che compongono le comunità islamiche di Puglia: l’iftar, il pasto serale che interrompe il digiuno quotidiano durante il mese islamico del Ramadan, per molti arriva grazie alla Sadaqa, la carità o elemosina che si pratica all’interno delle associazioni musulmane. Racconta Pagliara: «A Bari abbiamo distribuito pasti in via Cifarelli. Probabilmente ci appoggeremo presso l’associazione bengalese in Via Eritrea in futuro. Tanti fedeli del Bangladesh, impegnati come ambulanti o come lavapiatti nei ristoranti, hanno gravi problemi economici a cui proviamo a porre rimedio con le donazioni». La solidarietà è una delle attività che non è stata congelata dal Coronavirus anche a Lecce: «Prima, durante il Ramadan e non solo, organizzavamo una tavola calda quotidiana in moschea. Ora sappiamo che quelle persone che venivano da noi sono da sole. Con la Caritas - conclude Maaroufi - abbiamo organizzato l’assistenza in sicurezza, distribuendo pacchi alimentari. I nostri fratelli senegalesi e marocchini, che vivevano lavorando come ambulanti, sono in grande difficoltà. Chi lavorava senza contratti regolari è in grande affanno. A loro cerchiamo di portare sollievo con il dovere della Zakat, la carità che può restituire il sorriso ai nostri fratelli».

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