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A come Amadeus. Il direttore artistico al suo secondo e ultimo Festival ha lavorato per i cantanti giovani, e il pubblico giovane ha confermato che aveva visto giusto facendo vincere i frizzanti Maneskin. Dietro alcune decisioni del signor Sebastiani c’è un suggeritore d’eccezione, come ha ammesso lui stesso: il figlio Josè, 12 anni.

B come brucia l’amore tra Fausto Zanardelli, cantautore bresciano in arte Edipo, che aveva mollato la musica per delusione, e la dj friulana Francesca Mesiano alias California che lo ha convinto a rimettersi in gioco. Il loro brano “Fiamme negli occhi” non sarà un capolavoro ma trasuda complicità, intesa, affetto e fiducia reciproca.

C come calciatore. Ibrahimovic è un idolo degli stadi (vuoti) ma sul palco dell’Ariston a volte è sembrato come un pesce fuor d’acqua, nonostante l’apprezzabile impegno. Forse gli autori avrebbero dovuto cucirgli addosso qualche gag e in questo modo avrebbero evitato alcuni tempi morti che non sono certo addebitabili al campione svedese.

D come Dardust, all’anagrafe Dario Faini da Ascoli Piceno, autore prolifico, ha firmato ben cinque canzoni in gara, ossia quelle di Madame, Irama, La Rappresentante di Lista, Noemi e Francesco Renga. Ha prodotto il medley di Elodie gettonatissimo sul web e nella serata finale si esibito al pianoforte insieme ai Tamburini della Quintana, ensemble percussionistico della sua città. Complimenti.

E come Elodie Di Patrizi, romana con il cuore nel Salento. Trent’anni, fisico da modella, merita un premio alla riconoscenza. Ha confessato che quando era sul punto di rinunciare alla musica, fu incoraggiata e aiutata da un pianista salentino di lunga esperienza: Mauro Tre. E lo ha voluto sul palco insieme al resto della sua prima band, in un vibrante omaggio a Mina.

F come fiori. Nel Festival avvezzo alle polemiche, quella più inutile riguarda i fiori, per cosuetudine donati alle interpreti e alle ospiti donne al termine della performance. L’intellettualoide di turno si alza e dice: per par condicio bisogna omaggiare anche i maschietti. Risultato: sul palco ogni volta si crea un traffico di addetti alla consegna dei bouquet.

G per generosità. Quella di un Fiorello instancabile, che ha dato energia a un Festival privato del pubblico in sala, attingendo a tutto il suo mestiere di intrattenitore. A 61 anni, è riuscito a far dimenticare a milioni di italiani l’incubo del Covid. Almeno per qualche ora. Gli dobbiamo un sincero “grazie”.

H per hotel, messi ko dalla pandemia e dalle conseguenti restrizioni. Gli albergatori della riviera di Ponente da sette decenni aspettano il Festival della canzone italiana come manna dal cielo. Quest’anno erano semivuoti, anche perché dei circa 1.200 giornalisti che normalmente approdano a Sanremo, ne sono “sopravvissuti” un centinaio: gli altri hanno lavorato in webinar da casa. Maledetto coronavirus.

I per Irama. Filippo Fanti, cantautore venticinquenne di Carrara, in arte Irama, è stato il primo caso di smart working a una gara canora. Infatti, costretto in quarantena in albergo per la positività di due collaboratori, si è esibito attraverso il filmato delle prove di lunedì primo marzo. Quinto in classifica, non male.

L da logopedista. Alcuni cantanti semi esordienti ne avrebbero davvero bisogno. Articolare le parole è fondamentale, altrimenti i testi, alcuni dei quali sono decisamente originali, diventano incomprensibili. D’accordo l’emozione, ma il rispetto per il pubblico passa anche da questo che non è certo un dettaglio.

M per mise. Dalle microgonne di Gaia al glam targato Gucci di Achille Lauro, alle garbate provocazioni di Madame e all’ingombrante abito della giovanissima Casadilego (in coppia con Renga nella serata delle cover), la rassegna canora 2021 è stata contrassegnata dalla ricerca del look. Voglia di anni ‘80?

N per Napoli. Straordinario nella sua brevità l’intervento di Enzo Avitabile che con i Bottari di Portici porta in scena una versione vibrante di “Caravan Petrol”, omaggio a Renato Carosone che anticipa il film tv su Raiuno dedicato al grande cantautore e compositore partenopeo.

O per Orietta Berti. A quasi 76 anni dimostra che il mestiere paga sempre. Dopo oltre mezzo secolo di carriera è ancora in splendida forma vocale. E lo dimostra con un brano, “Quando ti sei innamorato”, dedicato al marito Osvaldo Paterlini, compagno di una vita e manager instancabile. Per 55 anni l’ha accompagnata su e giù per l’Italia, per migliaia di concerti, accettando un ruolo in ombra nella vita di un’artista. Solo per amore.

P per Wille Peyote. Guglielmo Bruno, da Torino, si classifica sesto con il brano “Mai dire mai (la locura)”, una instant song composta durante la prima ondata della pandemia. Nel testo si domanda perché gli stadi sono aperti e invece i teatri continuano a restare chiusi. Il 35enne con gli incisivi un po’ sporgenti si candida come erede del grande Enzo Jannacci, per le movenze ma soprattutto per la capacità di leggere i cambiamenti sociali nel Belpaese.

Q per quadri di Achille Lauro. Lauro De Marinis, origini gravinesi per parte paterna, dimostra coraggio, fantasia, voglia di reinventarsi sempre. Chi lo conosce bene racconta che è un maniaco dei dettagli. Del resto i dettagli fanno la differenza. O no? Tanto di cappello.

R per Rosalba Pippa, in arte Arisa. Complimenti per l’intonazione, una qualità essenziale in un cantante e alcune volte latitante in questo Festival appena concluso, soprattutto alla serata delle cover. A 38 anni lei è una interprete ormai matura e lo dimostra portando in gara “Potevi fare di più”, canzone cucitale addosso da Gigi D’Alessio.

S per sorpresa. Il Festival offre un verdetto a sorpresa. Alla vigilia, del resto, il superfavorito Ermal Meta lo aveva detto saggiamente: attenti, la classifica provvisoria può essere ribaltata. E alla fine è andata così: vince il rock puro dei Maneskin, secondi Francesca Michielin-Fedez, terzo il cantautore italo-albanese, peraltro protagonista, nella serata delle cover, di una inimitabile rilettura di “Caruso”.

T per teatro. Le poltrone vuote dell’Ariston raccontano la crisi dei teatri italiani, chiusi ormai da un anno per la pandemia. Alla vigilia del Festival era montata la polemica: perché l’Ariston può riaprire e le altre scene no? Invece la grande visibilità dell’evento sanremese ha permesso di dare voce al grido di dolore di artisti e maestranze di un universo in grave sofferenza.

U per Uttinacci, il vero cognome di Fulminacci, cantautore 23enne romano che prende spunto dalla località balneare laziale di “Santa Marinella” (il titolo della sua canzone) per soffermarsi sul senso terapeutico dell’amore. Un giovane effervescente come le onde del Tirreno. Ma al mare riusciremo ad andarci, la prossima estate?

V per Vanoni. Che si conferma la signora della canzone italiana, a 86 anni e mezzo. E da superospite ripresenta le perle del suo repertorio con la timbrica vocale inalterata e anzi arricchita da venature malinconiche. V come Victoria De Angelis, la bassista ventenne dei Maneskin: è lei, mamma danese e papà italiano, il volto simbolo della band il cui nome in lingua danese significa “chiaro di luna”.

Z per “Zitti e buoni”, la canzone regina dei Maneskin. Quasi a dire che, al contrario, i ragazzi italiani in generale non accettano supinamente le decisioni degli altri. E vogliono provare a cambiare il mondo. Per ora limitandosi a sovvertire i pronostici di un Festival. Per il resto, si vedrà.

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