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Yari Carrisi e Thea Crudi: «Noi, i nuovi Al Bano e Romina?»

Vogliamo cantare con loro: pace, amore e meditazione

Yari Carrisi e Thea Crudi: «Noi, i nuovi Al Bano e Romina?»

Ti abbiamo visto a «Domenica In», altre tv, sui giornali. Finora dov’era Yari Carrisi, figlio di Al Bano e di Romina Power?
«Un’esposizione discreta l’ho già avuta in passato. Finora ho cercato. Ecco dov’ero e dove rimango. Ho piantato le tende a Otranto in questa residenza in campagna di un’amica cara. Non abbiamo dovuto nemmeno arredare, visto che anche lei è legata all’India e l’ha portata qui dove abitava. Abbiamo aggiunto soltanto le bandierine buddiste che acquistai a Kathmandu. Basta».

«Abbiamo aggiunto», plurale. In quanto convivi con Thea Crudi, apostola angelica delle tradizioni indiane, cantrice dei Mantra e artista multidisciplinare, tua compagna nuova e sodale nel progetto di Pace, Amore e Meditazione che portate in lungo e in largo.
«Thea è l’approdo felice di un lungo percorso esperienziale. Nel periodo dei rapimenti i miei mi iscrissero in un collegio in Svizzera. E già allora avevo una band. Suonavamo in un ex rifugio antiatomico, io, Sean Lennon, figlio di John Lennon e Yoko Ono, con altri grandi. Procedendo su tracce che le entità custodi seminano nella nostra realtà. Per esempio, sulla copertina dell’album Sgt. Pepper’s, oltre a Sri Paramahansa Yogananda e Babaji ci sono due presenze evocanti: Lennon, padre del caro amico Sean, e mio nonno Tyrone Power che si trova esattamente dietro le sue spalle. Sulle coincidenze ho misurato la mia vita. Nei weekend Yoko veniva a trovarci, ci scarrozzava in gita, ma soprattutto ci portava gli strumenti: Sean suonava già in stile hendrixiano».

Nessuno può prescindere da quell’extraterrestre di Jimi che ha cambiato i connotati della chitarra elettrica quanto Jaco Pastorius quelli del basso.
«A Berkeley ho studiato antropologia della musica. Ylenia era partita negli Usa con un libro di Jack Kerouac sotto il braccio. Io andai a New York e trovai immediatamente un appartamento al quinto piano prospicente a quello di Allen Ginsberg, East Village, vivendo tra il ’96 e il ’97 tra il viavai di artisti che lo frequentavano».

Anche di qui la tua godibile impostazione vocale americana.
«Certamente fu un’immersione totale. Quando Allen lasciò il corpo trovai nella sua casa monaci tibetani che accompagnavano la sua anima pregando. Anche questo fu un segnale. Nel Natale ’98 sognai cinque volte l’11 settembre del 2001, anche se vedevo le esplosioni nell’Empire State Building. Avvertivo un’onda negativa e tornai in Italia, in piena tempesta gossip. La elusi viaggiando verso il villaggio nepalese Yari, che vuol dire amicizia, spingendomi dall’altopiano verso il monte Kailash, meta sacra per l’induismo e il buddhismo tibetano».

Viaggiatore dell’anima. Mi immagino cosa avrà pensato Al Bano di tanto peregrinare.
«Voleva che concretizzassi ciò che lascio nell’aria, come ha fatto lui, cantante mediterraneo straordinario. In India sono rimasto un anno. Terra fantastica. Gente illuminante».

Filo che ti lega a Romina Power, il cui guru buddista è scomparso da un anno. E a Ylenia primogenita anche.
«Io sento ancora Ylenia. Nel senso che non ci ha lasciati. Ylenia è con me è con noi, e sono tornato sulle sue tracce a New Orleans, come per cercarla, lo scorso gennaio. Con la mia esperienza spirituale, la musica, le attività ho voluto portare alto il suo nome, fare ciò che lei, bellissima, coltissima, meravigliosa, adorabile, avrebbe fatto».

O ciò che fa.
«Ti rispondo così, visto che mi presenti questa possibilità: ho compreso alla fine che è più giusto tenere Ylenia nel cuore e basta. Da Ylenia in poi si sono succedute situazioni difficili. Ho sofferto molto per la separazione dei miei, anche perché mi sono ritrovato a fare da padre e da madre. Ho sperato che si riconciliassero. In seguito, in Italia nel 2014 pubblicai il mio primo disco I see you, poi Yari & the undercover monks, prodotto da Jovanotti, al quale era piaciuto tanto. Sono stato in tour con papà, in tutto il mondo, cantando nei break nei più grandi teatri. Ho promosso progetti di altri. Mi chiamarono a Pechino Express. E infine quest’anno, durante il lockdown, mentre strutturavo un programma tv, Pellegrinaggi, cercando referenti in Italia ho scoperto Thea Crudi sul web. Sono andato a conoscerla di persona a Putignano dove in giugno cantava. E sono giunto alla meta del viaggio».

Una replicante nordica di tua madre. Aspetto, sorriso, sentire bucolico, spiritualità orientale. Si amano. Tu e lei condividete, suonate, viaggiate. Meno pop, più mistici: i nuovi Al Bano e Romina anni Settanta.
«È parecchio mistico anche mio padre. Però l’associazione mi piace. Speriamo di seguire i loro passi. Hanno scritto cose fantastiche. Cantare con loro per me e Thea sarebbe la gioia più grande».

Beh, Thea, adesso tocca a te parlare. Già vi vedo in quartetto sul palco. Romina Power ha cantato «My sweet Lord» con voi a Otranto il giorno del suo compleanno.
«Romina nella mia vita rappresenta una presenza speciale. Ho amato subito tutta la famiglia, appena li ho conosciuti a Cellino San Marco, e mi sono sentita accolta e riamata. Ma con la madre di Yari si è creata una comunicazione unica. E giorno dopo giorno vado esplorando questa sintonia nella sua essenza profonda».

Una cantante olistica, nata a Cattolica, con studi musicali e di danza dall’Olanda a Java, con madre finlandese, nella Puglia rurale.
«Non ho avvertito minimamente il gap. Né posso considerare i Carrisi una famiglia monolitica meridionale. Ogni componente è una realtà a sé. Una dimensione nuova la colgo al massimo dall’ottica delle mie attività: dacché Yari è mio compagno hanno acquisito un megafono. Durante il lockdown ho sostenuto un’ora di diretta al giorno per aiutare gli altri e me stessa. E come premio mi è arrivato Yari».

Continui a essere attiva però su Youtube, Thea International Video, su Instagram, thea mantra, su Fb, Thea: dai Mantra ai video divulgativi. Mi ha colpito quanto ci credi. E la chiarezza, dono straordinario, con cui comunichi con proprietà il messaggio.
«Ho una predisposizione naturale per la comunicazione. È appena uscito il mio libro con cd La conoscenza spirituale dello Yoga, OM Edizioni, Bologna. E sono felice di poter trasmettere queste opportunità millenarie straordinarie a un pubblico più esteso oggi. Dal 20 ottobre registreremo l’album Peace Love Meditation con brani nostri e di celebri autori».

Ipotizzavo che dal jazz sei approdata alla musica indiana in virtù della comune pratica dell’improvvisazione. Senza contare esempi come John Coltrane, i prosecutori, compresa la moglie, la scia sviluppatasi nel jazz-rock e nel pop.
«No, si tratta di approcci molto diversi nei confronti della musica, che conducono in dimensioni distanti. Chi suona jazz fa jazz. La musica spirituale è qualcosa di molto più esteso, ha un fine ultimo, anche curativo, che trova nei Mantra, nucleo sonoro dello Yoga, corpo, mente e spirito, massima espressione».

Per te che ci credi e non fingi. La miscredenza neutralizza ogni cosa.
«Ti sbagli. Hanno effetto benefico comunque sulla base di vibrazioni universali, che tu creda o no. Quella dei Mantra è una scienza di trasformazione. Sono in sanscrito, che ha dato origine alla maggioranza di lingue del pianeta. Concatenazioni di sillabe che liberano dalle negatività, rafforzano la corteccia cerebrale, memoria, determinazione. Le cellule stesse si modificano grazie alle onde sonore. A Trento è stata effettuata una ricerca con il Brain Research Center indiano pubblicata da Scientific American: “Sanskrit effect”».

Ho letto diverse sintesi di studi in laboratori compiuti da luminari occidentali in mezzo mondo su monaci buddisti e semplici praticanti, con i più avanzati strumenti tecnologici. I risultati affermano una cosa sola: la meditazione, ciò che tu proponi giova moltissimo a tutto. Il che confuta il pregiudizio junghiano, condiviso per utile economico, grettezza e ignoranza da troppi psicologi, che dubita dell’efficacia di tali pratiche in quanto decontestualizzate nell’Occidente nostro.
«Distinguere tra Occidente e Oriente nel mondo globalizzato, poi, è ormai fuori luogo. Ci sono occidentali orientalizzati, indiani più occidentali di noi. E c’è uno strumento sacro per tutti, tramandato dai maestri spirituali, donatoci dalle grandi anime per vivere meglio il frammento temporaneo dell’eternità che siamo noi».

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