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Loredana Lecciso, da comune cittadina a castellana di Curtipitrizzi.

«Veramente, a Cellino San Marco non abbiamo un castello. Per cui, più che castellana, nella tenuta di Al Bano mi sento un po’ una contadina in un posto molto bello».

Bello e pieno di vera terra.

«Denso di suggestione, perché appunto così naturale. Sono qui dall’8 marzo. Senza più uscire da due mesi. Stavo andando alla guida della mia Volvo, un suv, verso nord per partecipare a Live – Non è la D’Urso, Mediaset, perché come lei saprà ero spesso ospite lì da Barbara, così com’ero presente a Domenica In di Mara Venier».

No.

«Va bene; comunque, arrivata all’altezza di Trani mi sono fermata e ho fatto marcia indietro. Il presidente della Regione Puglia aveva appena emesso l’ordinanza, dopo la fuga dei pugliesi dalla Lombardia, divieti di spostamento, i rientri, un macello. Per cui da quel giorno sono qui».

Nella paura, nella natura.

«Non sono terrorizzata, no. Però la paura strisciante c’è. All’inizio meno, si pensava che il Covid 19 colpisse quasi solamente gli anziani o persone gravemente compromesse. Ma presto si è appreso che morivano perfino i giovani, e allora i timori, l’ansia sono cresciuti. Perché pensavo ai figli, a noi, a tutti. Perché ho percepito la spietatezza, la cattiveria di questo male: non ha pietà per nessuno. Fin dove arriva, uccide. Mia figlia grande, per esempio, Brigitta, 26 anni, avuta dal mio matrimonio, vive a Milano e ha scelto di restare lì. Sono stata combattuta, avrei voluto portarla in un’area geografica meno a rischio, qua da noi, visto che lì la pandemia ancora adesso non si ferma. Ma alla fine ho scelto di lasciare scegliere responsabilmente, anche a costo di soffrirne. Per il resto, Yasmine, 19 anni, e Al Bano junior, 17, sono qui da noi, i nostri figli».

E chi altro c’è?

«Sarebbe a dire?».

Dico, poi chi c’è? Siete in tre, a quanto sembra, se si aggiunge Romina.

«Beh…».

Insomma, l’edicola sopravvissuta qua sotto a casa mia è praticamente affrescata di copertine di riviste dedicate al trio: avete monopolizzato il gossip.

«Diciamo che ognuno trascorre questo periodo di emergenza sanitaria nella propria abitazione».

Ma le casacchione non sono distantissime. Quando ci si incontra che si dice?

«È piuttosto difficile incontrarsi in un luogo così grande. Non capita».

Neppure un salutino con la Power mentre è in groppa ai pony che piacevano tanto ai bambini in visita?

«I cavalli che ci sono attualmente sono selvaggi, non li cavalca nessuno e non li doma nessuno. E il bosco è grande, tanto che è difficile incontrare qualcuno che attualmente vive qui per la quarantena. Sono bestie stupende. Gli diamo da mangiare, li accarezzo, nudi come sono, senza briglie e senza sella. E vivo la natura, la respiro, passeggiando assieme ad Al Bano, grazie al quale l’ho riscoperta. Mangio insalatone, anche se è il Carrisi che segue una dieta più seria, io ho quattro chili in più, leggo molto, libri leggeri, non più Paulo Coelho, ma soprattutto cammino, tanto, camminata veloce o corsa molto moderata, dieci, 15 chilometri al giorno. Quando fino a ieri per tenermi in forma facevo tapis roulant e attrezzi, o su e giù per i quattro piani di casa mia a Lecce, dato che, come la mia gemella Raffaella, ho la fobia dell’ascensore: non lo prendo da decenni».

Ah; pure lei.

«Sì, ed evito pure l’aereo, se è per questo».

Ah; pure lei.

«Qua a Curtipitrizzi vivo una dimensione anche mentale molto diversa, di apertura, di comunione con quanto abbiamo di più vero e magari percepiamo soltanto ora nella tragedia».

Lady Lory, avverto un afflato partecipativo.

«È il bello di questa quarantena, venata di scuro, nella quale ti sembra di non pensare al male ma ci pensi, vivi come se ci fosse il sereno mentre un serpente angosciante ti striscia dentro, anzi, ha fatto la tana nell’animo tuo e si nutre di te».

Chiamiamolo morte, chiamiamolo morsa del Tempo, divinità primaria che nel finale ci stringe gli alveoli.

«Nessuno merita di andarsene così, senza un saluto, senza un abbraccio, senza una lacrima di un parente. Senza un addio. Però la morte mi faceva più paura prima che adesso. Proprio il Tempo ci porta a sviluppare con essa una certa confidenza, per quanto sia possibile, naturalmente. E lo fa offrendoci i casi della vita: il genitore che se ne va, l’amico stretto che se ne va, tutto ci fa prendere coscienza che non siamo eterni».

Un momento, aspetti… Non vorrei essere irrispettoso, ma il gatto Dorian, che campa sulla mia scrivania, anzi, ovunque io esista, si è seduto con il deretano esattamente sul foglio delle domande che le sto facendo.

«L’atteggiamento del gattino si presta a una lettura ambigua. Non me lo vedo un messaggio molto positivo».

Lei ha animali?

«Da piccola sì. Noi vivevamo in campagna a Lecce, mio padre era collezionista di birocci, cioè calessi a due posti che distribuiva attorno in giardino…».

Papà Fulvio, pediatra massimalista, assai benestante come ancora oggi è lei, discendente di una delle migliori famiglie di Lecce.

«Beh... Dicevo, quindi all’epoca avevo contatto con gli animali. Ce ne è uno che ricordo con maggiore affetto: ‘na capretta. La crescemmo in casa, non fuori, proprio dentro, al secondo piano dove dormivamo noi figli, io, Raffaella, il fratello grande Luca, chirurgo estetico che sta a Milano (professionista celebre ndr), mentre Amanda, la più giovane, che oggi fa la mamma, non era ancora nata all’epoca. Trasformammo uno dei due bagni in stalla, con acqua, fieno. Demmo alla capretta il nome molto originale di Bianchina, eh eh... Eppure, lo vede il destino com’è? Mo nella clausura, mentre tutto mi sta ritornando alla mente, anche gli animali si ripresentano. Non tanto perché abbiamo preso un volpino bianco di Pomerania, Chicco, a nostra figlia, ma da quando a Pasquetta è nata la cavallina. Un evento che per me, per tutti noi è stato una meraviglia, commovente. L’ho chiamata Hope, cioè Speranza».

Un nitrito benaugurante per il pianeta infetto.

«Precisamente. Mi è sembrato il parto di un destino felice».

E ha pensato che Dio lascia tracce sul nostro deserto. Nella scabra, evocativa cappella di Curtipitrizzi prega?

«Credo in Dio ma non ci vado, sono sincera. Mio padre non si perdeva una domenica. E pensare che da bambina con Raffaella andavo tutti i giorni a pregare, a messa, al Sacro Cuore di Gesù, da don Edoardo, a recitare il rosario, la Novena nella Chiesa del Carmine a Lecce. Ci venivano a prendere le pazienti di mio padre. Noi due pupette, sole con donne tutte anziane. La citronella, l’incenso, la cera me li sento nelle narici adesso. Pensi che volevo diventare subito vecchia, per essere come loro, così serene».

Ci sta dicendo che abbiamo perso una suor Loredana per un pelo?

«Sì, volevo farmi suora, tanto. Assolutamente. Ci credevo. Lo dissi anche a mia madre, che non fu entusiasta per niente. Non so se così è stato meglio. Perché proprio in questi giorni ci ripenso».

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