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«Medici, covid e rivoluzione»

Filippo Anelli, presidente nazionale: noi traditi dai governatori nell’emergenza

«Medici, covid e rivoluzione»

Quindi in concreto si può dire che lei, Filippo Anelli, nato a Noicattaro nel ’57, come presidente della Fnomceo rappresenta tutti i medici italiani.

«Sì, sono stato eletto circa due anni fa».

Capo di un esercito che la pandemia ha riabilitato come eroi.

«Non posso contestare quest’analisi. È storicamente esatta. Il Covid 19 ha segnato un cambio di prospettiva: il medico amato è quello che fa il bene, che rischia, che lotta, si offre. Siamo a 176 caduti in battaglia. Ne avremmo pianti meno se i governatori, della Puglia come Michele Emiliano, e di altre regioni non si fossero macchiati di una tale incompetenza e di superficialità. Nel 2016 avevamo già il piano pandemico che prevede la scorta annuale dei dispositivi. Dovevamo avere, quali medici di base o in trincea nei reparti, priorità. Ma si sono ricordati di noi quando già contavamo i morti. Sull’emergenza stiamo preparando un Libro bianco. Tutti sapevano già a dicembre che in gennaio il disastro ci avrebbe travolti».

La prima necessità dell’uomo è l’ultima.

«Ha pronunciato una verità tremenda. I governi, le Regioni credevano che la sanità, della quale siamo anello primario, non fosse un investimento, bensì un costo».

Tagli vergognosi.

«Certo, è ciò che sosteniamo noi. Ma questa mentalità erosiva, masochista, è cambiata con il ministro Roberto Speranza già prima del virus. Due miliardi in più sul fondo sanitario, che con il decreto rilancio trasformato in legge tocca i 5,5, fatte le somme. E il premier Giuseppe Conte ha previsto uno stanziamento di dieci miliardi: dalla logica del risparmio a quella della risorsa».

A parole.

«Non penso si tratti di parole».

Questo governo le piace.

«Beh… Ci dà i soldi».

Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e odontoiatri. Come la traduciamo in numeri?

«Grosso modo siamo sui 460.000, con un processo sotto i 50 anni di femminilizzazione».

Tra cui quanti massimalisti da 12.000 euro al mese e quanti polpi che operano su disparati fronti?

«Guardi che adesso ci sono norme più stringenti, certe consuetudini non sono più tali e proseguiamo sulla linea per un recupero. E poi se le elenco le voci di spesa degli studi dei massimalisti capirà quanto lo stipendio si riduce».

Che cosa le fa venire in mente la parola comparaggio?

«Mi fa venire in mente qualcosa di databile a parecchi anni orsono, per incominciare, che non riguarda tutti e attiene a violazioni del codice penale alle quali fanno seguito sanzioni deontologiche».

Per difesa di categoria solitamente morbide.

«No, la Legge 3 ha ordinato in organismo indipendente il sistema istruttorio, dobbiamo tra l’altro comunicare al procuratore».

Quanto le multinazionali del farmaco influenzano le cure?

«Influenzano il mondo. Non possiamo negare una pressione gigantesca ma la scienza e la coscienza, i testi rimangono i binari fuori dai quali si deraglia, è nello stato delle cose. Io sono anche presidente dell’Ordine di Bari, vivo queste realtà ogni giorno».

E professionalmente cosa fa, oltre a guidare una rete di camici bianchi di sconfinate dimensioni?

«Pur avendo specializzazioni in reumatologia e in farmacologia mi occupo di medicina generale, secondo le mie inclinazioni. Mi considero un medico di famiglia, credo nel contatto con la gente perché offre la massima opportunità di svolgere prevenzione. E i dati statistici provano quanto un pur piccolo intervento in questo stadio generi un grande beneficio per il sistema sanitario in toto».

Difatti lei è stato segretario dei medici di famiglia, Fimmg, anche. Ha conseguito l’attestato della Scuola di formazione all’impegno sociale presso l’Istituto di scienze religiose «Odegitria» di Bari: penso al bisturi, penso alla croce.

«Vengo dalla formazione nella cosiddetta scuola di Noicattaro, il sindaco Giovanni Parisi, Città nuova, sulla scia dell’orientamento della Pastorale diocesana. Lì ho idealizzato il ruolo del medico quale elemento socialmente simbolico».

È stato eletto all’unanimità. È raro o è consuetudine?

«In effetti è un risultato inusuale. Ma consideri che la lista che mi ha supportato ha ottenuto l’83 per cento».

Tra poco andremo a votare per la Regione. Ma dei partiti dei medici nessuno sa nulla.

«Niente di anomalo, stia tranquillo. Seguiamo le regole degli ordini professionali. La Legge Lorenzin ha riformato il vincolo dei mandati a due volte per la medesima carica, c’è la regola dei quattro anni, si compongono le liste, 15 consiglieri per Bari…».

E adesso friggete come Fitto e Scalfarotto.

«Noi per l’Ordine di Bari votiamo in tre sessioni. Il 12, 13 e 14 settembre, il 18, 19 e 20, il 25, 26 e 27…».

In contemporanea, quelli e voi.

«In effetti il 20 e 21 settembre si vota per la Regione Puglia».

Quanto conta la politica nella salute?

«Perché fa questo nesso obbligato scusi? Non mi pare che i due mondi siano interconnessi».

Siccome le Asl, pure, sono praticamente incarichi politici, e se ne vedono i risultati, uno immagina un sacco di cose.

«C’è sicuramente un tentativo della politica e anche dei gruppi imprenditoriali di infiltrarsi nella compagine nostra. Ma a Bari, per esempio, tutte le formazioni legate a esponenti di partiti hanno sempre perso. Lei non immagina quanto i medici siano gelosi della loro autonomia».

Casta.

«Lo siamo stati sotto taluni aspetti, e lei ha ragione, ma siamo sempre meno autoreferenziali, negli stessi Stati generali includiamo il 30 per cento da altre professioni».

Poi c’è la disaffezione verso il malato, processo inevitabile nella consuetudine.

«E anche questo sì, è un aspetto che non abbiamo negato a noi stessi. Da anni ormai rileggiamo, analizziamo e riproponiamo in maniera diversa, ippocratica, sì, doverosamente ippocratica la nostra responsabilità nei confronti dei diritti del cittadino, dei doveri costituzionali, dando effetto altruistico all’enorme potere del medico che è il sapere. Del medico, non dello Stato. Decidere della salute, della vita del paziente che abbracciamo con la cura. La pandemia ha rivoluzionato la percezione della gente e la nostra riguardo alla missione del medico, che è stata restituita finalmente al suo stato originario. Affrontando quella che la riflessione avviata dagli Stati generali ha chiamato Crisi del medico».

Sputi e calci al pronto soccorso, denunce. Come i genitori a scuola che prendono a pugni il prof se assegna una nota allo studente asino e cafone.

«Ha dipinto il quadro esatto del processo culturale dell’intera Italia. Poi l’azione del medico è condizionata dalle regole, dalla burocrazia che spesso remano contro i diritti alla vita e alla salute. Vogliamo tornare ad essere punto di riferimento costituzionale. Perciò siamo arrivati alla modifica, ormai prossima, del Codice deontologico».

Con Filippo Anelli giunto dall’antica Noja.

«La mia provenienza non la deve stupire: da Bari è nato, se non tutto, molto. Siamo il laboratorio di una nuova idea di sistema salute. Primo: la legge sulla violenza contro medici e operatori sanitari, che abbiamo dedicato alla psichiatra uccisa da un paziente, Paola Labriola, approvata all’unanimità lo scorso luglio. La battaglia per superare il gap fra i 9000 laureati e le 6000 borse di specializzazione, diventate 8000 e da quest’anno 14200, e non ci basta ancora, ne otterremo per garantirle a tutti, Speranza è con noi. L’impegno ambientale che ha portato i medici a fiancheggiare i sindaci come sentinelle nei Centri operativi comunali, a bilanciare l’azione tra Fnomceo e ministeri dell’Ambiente e della Salute. La sperimentazione che avviai nel 2007 con i Centri polifunzionali territoriali, da Casamassima a Massafra, per integrare le competenze in un modello acquisito poi dalla sanità nazionale. La campagna di manifesti sulla mancata sostituzione dei medici pensionati, sugli ingegni che lasciano l’Italia, sulle aggressioni».

Dottore, mi gioco un contagio da Covid che lei verrà rieletto.

«Eh; eh eh eh… Le rispondo così: spero che i medici vogliano proseguire sulla strada delle scelte felici che hanno portato già grandi frutti».

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