Hormuz continua ad essere l’epicentro della complessa e delicata situazione in Medioriente. Nell’arco di poche ore lo Stretto ha riaperto e richiuso per volontà delle autorità iraniane. Autorità che stanno dimostrando di avere il controllo pieno di questa parte di territorio, la cui strategicità forse loro stessi ignoravano fino a qualche settimana fa. Tra la revoca del blocco e la reintroduzione delle restrizioni sono state più di dodici le petroliere che, a quanto pare, hanno potuto riprendere la navigazione a sud dell’isola di Larak.
La nave da crociera Msc Euribia, rimasta ferma nel Golfo Persico a causa della guerra per un mese e mezzo, sembra abbia lasciato l’area. Almeno due navi mercantili hanno dichiarato di essere state raggiunte da colpi d’arma da fuoco, mentre tentavano di attraversare lo Stretto. L’Iran non ha affatto gradito che gli americani, dopo il via libera di Teheran al ripristino del traffico marittimo, abbiano deciso di non interrompere il blocco dei porti. E hanno reagito. Nonostante ciò, il dialogo va avanti. A fatica, ma va avanti. Si gioca una partita a scacchi. Ci si muove sul filo di lana della minaccia reciproca e del braccio di ferro, al fine di condizionare le reazioni altrui. È una guerra di nervi quella in corso tra Stati Uniti e Iran. Una guerra che sta producendo conseguenze economiche di forte impatto a livello internazionale e nazionale.
Intanto il presidente francese Macron ha annunciato ieri che un soldato francese dell’Unifil è rimasto ucciso, il sergente Florian Montorio, e che altri tre sono rimasti feriti in seguito ad un attacco in Libano. Due di loro sono in gravi condizioni. Il Libano resta un fronte caldo, nonostante sia stato raggiunto un accordo con Israele per il cessate il fuoco. Il Capo dell’Eliseo ha specificato che tutto lascia pensare che la responsabilità dell’attentato sia di Hezbollah. Unifil ha condannato quest’episodio avvenuto mentre una propria pattuglia stava sgombrando il terreno da munizioni esplosive. Le strade verso il Sud del Libano sono intasate tra ponti distrutti e il pericolo di trovare solo macerie. Un fiume in piena di libanesi si è mosso dopo la diffusione della notizia della tregua (momentanea) tra Gerusalemme e Beirut. Restano aperti gli altri interrogativi: quelli sulla ripresa o meno dei negoziati tra Stati Uniti ed Iran, così come quelli relativi agli effetti di questo negoziato, portato avanti con determinazione e fatica da Islamabad.
Consultare le agenzie di stampa e le fonti internazionali ora per ora (addirittura minuto per minuto), come da giorni stiamo facendo noi giornalisti ed analisti, significa misurarsi con continui colpi di scena. È l’imprevedibilità il nuovo paradigma della geopolitica. Come ha detto la premier Giorgia Meloni «l’instabilità sta diventando la nostra normalità». Cosa vuol dire tutto questo? Che il quadro cambia di continuo e che le soluzioni individuate il giorno prima vanno spesso riviste a distanza di 24-48 ore. I contesti di crisi si sono moltiplicati e il tasso di complessità di questa situazione è sotto gli occhi di tutti. La Meloni ha ricordato le conseguenze prodotte contestualmente su energia, petrolio, gas, fertilizzanti, alimenti, agricoltura, turismo, eccetera.
Serve resilienza. È necessario puntare, almeno da un punto di vista metodologico, su un approccio che faccia dell’adattabilità e della tempestività i maggiori punti di forza. La premier, che è già stata in Algeria e nei Paesi del Golfo, ha reso noto che tra un paio di settimane si recherà in Azerbaijan alla ricerca di soluzioni che ci mettano al riparo dai pericoli più grandi dal punto di vista energetico.
Com’è noto, negli ultimi giorni la premier è stata attaccata più volte da Trump che, evidentemente, coltiva una visione dei propri alleati, compresi quelli storici come l’Italia, che contempla solo la possibilità di risposte affermative alle sue richieste. La Meloni sta cercando di aiutare l’Unione Europea a fare la propria parte a fronte di un contesto internazionale connotato non solo da instabilità e imprevedibilità, come spiegato qualche riga più su, ma anche dalla difficoltà a individuare soluzioni alla crisi in atto dentro il perimetro della multilateralità, anziché dell’unilateralità. Sulla scia di questa evidenza empirica venerdì scorso si è svolta a Parigi la riunione dei cosiddetti volenterosi: oltre alla Francia, hanno partecipato anche Italia, Germania e Gran Bretagna. Riunione al termine della quale è stato deciso di guidare una missione difensiva per lo sminamento e la messa in sicurezza dello Stretto di Hormuz. Il nostro governo, dunque, dopo aver ricevuto l’autorizzazione da parte del Parlamento, farà la sua parte anche in questo ambito.
In tale ottica si inserisce la discussione sulle misure economiche più efficaci da varare e sulle iniziative, più strutturali e di lungo periodo, da adottare. Il presidente di Confindustria Orsini, concordando con quanto già affermato nei giorni scorsi dal Ministro dell’Economia Giorgetti e dal Fondo Monetario Internazionale, ha detto con molta chiarezza che per le imprese il rischio recessione è sempre più concreto. Scenario sottovalutato, a suo giudizio, dall’Unione Europea che «non vede i problemi reali» e che non considera quanto sia complicato fare impresa oggi. Orsini ha ricordato che sarebbe un errore continuare a parlare di aiuti di Stato e non di debito pubblico e ha citato il cambio euro-dollaro a 1,16 come ulteriore elemento di pressione.
L’Ufficio Studi di Confindustria ha prodotto alcune stime: una chiusura rapida del conflitto porterebbe ad una crescita dello 0,5%, mentre se il conflitto con l’Iran dovesse prolungarsi fino a quattro mesi, si entrerebbe in fase di stagnazione. Andando oltre questo lasso temporale, invece, si arriverebbe alla prospettiva che tutti vogliono scongiurare: la recessione. Il numero uno di viale dell’Astronomia ricorda anche come il costo dell’energia sia passata da 28 a 160 euro per megawatt. È assai pericoloso, perciò, sottovalutare il rischio enorme che quanto appena esposto genera non solo sulle famiglie, a partire da quelle più in difficoltà e socialmente più fragili, ma anche sulle imprese. Su tutte le imprese. Senza competitività non si va da nessuna parte.
Come l’Ad di Eni De Scalzi, anche il Presidente di Confindustria negli ultimi giorni ha invitato a fare una riflessione sul dossier gas russo. Argomento estremamente delicato, tuttavia, poiché intreccia la questione del sostegno incondizionato all’Ucraina da parte dell’Europa e dell’Italia. Impossibile non evidenziare in questo caso come le valutazioni tecniche ed economiche non combacino, talvolta, con quelle politiche. E viceversa.
Non meno rilevante è, poi, la questione della sospensione del patto di stabilità, ovvero l’insieme di regole progettate per garantire che gli Stati membri dell’UE adottino finanze pubbliche sane e coordinino tra loro le politiche fiscali. La sua introduzione risale al 1997, l’anno cioè del Trattato di Amsterdam, mentre l’entrata in vigore effettiva coincide con l’arrivo dell’euro.
Il Patto è stato con gli anni sottoposto a diverse modifiche fino a diventare un vero e proprio tabù che, nel caso di violazione, comporta l’adozione di procedure d’infrazione: non si deve superare il 3% del rapporto deficit-Pil e il debito pubblico deve rimanere sempre sotto il 60% del Pil. Nonostante le difficoltà economiche nella Ue e nell’eurozona, la Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha detto che non ci sono le condizioni per la sospensione del Patto di Stabilità. Sospensione che il leader della Lega Matteo Salvini è stato tra i primi a rivendicare. Peraltro, durante il raduno dei patrioti svoltosi ieri a Milano, egli ha chiesto che si rivedano le politiche europee in materia di «green deal». Il centrodestra, infatti, da tempo evidenzia come la sostenibilità ambientale debba andare di pari passo a quella economica e finanziaria e a quella sociale per evitare i problemi nati in molti ambito produttivi, a partire dall’industria automobilistica.
A proposito della sospensione del Patto di Stabilità, vale la pena di ricordare anche quanto previsto da un’analisi svolta da Unimpresa, secondo cui un allentamento dei vincoli europei di bilancio legato alla crisi geopolitica potrebbe liberare in Italia tra 5 e 28 miliardi di euro per sostenere economia, imprese e famiglie. Sono stati elaborati tre scenari. In quello più prudente, con deficit autorizzato intorno al 3%, il margine aggiuntivo per il bilancio pubblico sarebbe di circa 5 miliardi. Nello scenario intermedio, con un deficit cioè al 3,4% (analogo a quello del 2024), le risorse disponibili salirebbero a quasi 14 miliardi. Nello scenario più espansivo dal punto di vista economico, a causa proprio dello shock energetico, con deficit intorno al 4%, si genererebbe uno spazio di quasi 28 miliardi.
È una procedura, quella appena descritta, che presuppone una volontà politica da parte delle istituzioni europee, al momento non riscontrabile: gli effetti della guerra non sono stati considerati fino a questo momento comparabili con quelli della pandemia. All’epoca l’Europa mostrò, fortunatamente, flessibilità e lungimiranza.















