Daje e ridaje, come dicono a Roma, nei palazzi della Commissione europea si continua a cantare sempre lo stesso ritornello. Che accomuna coloro che insistono col voler introdurre le etichette allarmistiche (senza voler distinguere l’uso moderato dall’abuso tipico che si fa nei Paesi del Nord) e quelli che si concentrano sul colore delle bottiglie. Ai quali, poi, si aggiungono pure quelli che paragonano il danno prodotto dalle sigarette al piacevole mandar giù un amabile bicchiere di vino. Robe da matti. E tali sono se non si accorgono che questo tipo di musica funziona solo per i… sordi.
Del resto, per convincersi che abbiamo ragione, basterebbe poco per sfatare certe tesi da «fuori di testa»: sarebbe sufficiente dare uno sguardo al successo che di anno in anno si ripete, puntualmente, al «Vinitaly» di Verona, il più importante salone italiano di un settore che richiama i grossi importatori di mezzo mondo dove i vini italiani si presentano sulle tavole come biglietto da visita di tante qualità prelibate che si producono soltanto dalle nostre parti. E i fatti parlano chiaro, ci dicono che il conto economico prodotto dai vini è superiore ai 45 miliardi di euro, pari all’1,1 per cento del Pil nazionale. Grazie alla qualità di prim’ordine, naturalmente. Che non si ottiene soltanto nelle zone vicine al Rubicone – Marche, Umbria, Toscana, Friuli Venezia Giulia, Piemonte e Val d’Aosta -, come raccontano alcuni giornali del Nord che alla fine delle loro corrispondenze dal Vinitaly fanno lo sforzo di inserire soltanto i «bianchi» prodotti in un’azienda siciliana di Mazara del vallo.
Qualcuno – «a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca», usava dire Giulio Andreotti –, evidentemente più attento a seguire la premier Meloni e i cinque ministri presenti (Lollobrigida, Tajani, Urso, Giuli e Mazzi) piuttosto che cercare altri prodotti di qualità anch’essi vanto del made in Italy, ha preferito soffermarsi sui marchi realizzati nelle regioni centro-settentrionali «dimenticando» maliziosamente quelli creati al di qua dell’appennino sannita, in Puglia e in Basilicata. Gli stessi che nei padiglioni di VeronaFiere hanno attirato l’interesse dei visitatori assiepati dinanzi agli stand delle regioni del Sud, spesso col taccuino in mano per annotare il nome dei vini più rinomati.
Così, voltate le spalle agli Chardonnay della Valle d’Aosta, al Barbera del Monferrato, al Vermentino ligure e agli altri che si guardavano a distanza - dall’Alto Adige fino all’Abruzzo e con un’occhiatina all’azienda di Mazara del Vallo - ecco che s’imponevano, con eleganza e buon profumo, i vini pugliesi e quelli lucani. Ma il cronista del giornale del nord non se n’era accorto o, come penso, ha voluto privilegiare i prodotti del centro-nord a discapito di quelli del sud. Sono andati alla grande, come sempre, i vini a denominazione controllata come il Primitivo di Manduria, il Salice Salentino di Leone de Castris, il Barbatto di Monte Sant’Angelo, il Diciotto di Schola Sarmenti, il Primitivo di Gioia del Colle, l’Amativo di Cantele e i rosati, fra i quali lo storico Five Roses. Mentre provenienti dalla Basilicata c’erano l’Aglianico del Vulture, il Merlot e Cabernet Sauvignon, il Sangiovese e il Montepulciano, vini ricchi di struttura.
Naturalmente, tra i migliori vini pugliesi esposti al Vinitaly non poteva mancare il Negroamaro, un vino rosso prodotto in particolar modo nel Salento, apprezzato dai grandi intenditori ma rimosso scaltramente dal taccuino di qualche reporter in vena di magnificare i prodotti del Nord svalutando col silenzio quelli di una terra votata da sempre alla produzione di vini di grande carattere.
Che sia anche questo un segno delle subdole manovre tendenti a risvegliare antichi e torbidi sentimenti di separazione fra le due Italie che la stessa Lega (almeno a parole) sostiene di aver ormai eliminato da ogni suo squilibrato programma? Difficile a dirsi. Più probabile, semmai, è che si sia trattato di una misera manovra di natura semplicemente commerciale. A danno dell’immagine imprenditoriale del Meridione e della riconosciuta qualità dei prodotti. Non è bello!
















