Giovedì 29 Gennaio 2026 | 15:08

Quando la storia bussa di nuovo alla porta tra deportazioni e Ice

Quando la storia bussa di nuovo alla porta tra deportazioni e Ice

 
Maria Petrone

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Maria Petrone

Quando la storia bussa di nuovo alla porta tra deportazioni e Ice

Ci sono immagini che non chiedono interpretazioni. Chiedono coscienza. E quando la coscienza tace, la storia torna a presentare il conto

Giovedì 29 Gennaio 2026, 13:00

Ci sono immagini che non chiedono interpretazioni. Chiedono coscienza. E quando la coscienza tace, la storia torna a presentare il conto.

Un uomo in ginocchio, a terra. Intorno figure armate, coperte, impersonali. È una scena che l’Europa ha già visto. L’abbiamo studiata sui libri, l’abbiamo giurata «mai più». E invece oggi riaffiora, non in bianco e nero, ma a colori, nelle strade degli Stati Uniti.

L’uomo si chiamava Alex Pretti. Aveva 37 anni, faceva l’infermiere. Dai video appare evidente che stesse intervenendo per proteggere due donne. Non stava fuggendo. Non stava aggredendo. È stato ucciso.

Accanto a questa morte, un’altra immagine: una bambina di due anni deportata. Due anni. Strappata a ogni certezza, trasformata in una pratica amministrativa.

Chi pensa che la violenza inizi con i campi di sterminio non ha capito la storia: la violenza comincia molto prima, quando lo Stato smette di vedere persone e inizia a vedere «problemi».

Nella Germania nazista non si partì dalle camere a gas. Si partì dalle retate.

Dalle liste.

Dagli arresti «per sicurezza». Dalle famiglie spezzate in nome dell’ordine.

E soprattutto da una società che si convinse che fosse normale, necessario, inevitabile.

Liliana Segre lo ripete da anni con parole che oggi suonano come un atto d’accusa: l’indifferenza è più colpevole della violenza stessa. Perché la violenza ha sempre bisogno di esecutori, ma l’indifferenza le prepara il terreno, la rende accettabile, la protegge dal giudizio.

Le immagini che arrivano dall’America di oggi, dalle operazioni dell’ICE, parlano quella stessa lingua: la normalizzazione della forza, l’assuefazione alla brutalità, la convinzione che chi è a terra abbia già perso il diritto di essere considerato umano. Quando l’obbedienza vale più della coscienza e la paura diventa strumento di governo, il passato smette di essere un paragone e diventa una traiettoria.

Non serve chiamarlo nazismo per riconoscerne i meccanismi. La storia non si ripete mai identica, ma rima. E questa rima è sinistra, riconoscibile, pericolosa.

L’America di Trump ha scelto di guardare indietro, di riaprire una porta che la storia aveva chiuso con dolore e sangue. Ma ogni democrazia che imbocca quella strada perde qualcosa di essenziale: prima l’umanità, poi la libertà.

L’indifferenza è sempre stata la più fedele alleata della violenza. È successo allora. Sta succedendo oggi.

E se continuiamo a voltare lo sguardo, non potremo dire di non aver visto.

Le immagini parlano chiaro.

Il silenzio, ancora una volta, sarebbe complicità.

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