Mercoledì 28 Gennaio 2026 | 15:01

La Regione non è di qualcuno ma di tutto il Mezzogiorno: Puglia modello di rinnovamento

La Regione non è di qualcuno ma di tutto il Mezzogiorno: Puglia modello di rinnovamento

 
ettore jorio

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ettore jorio

La Regione non è di qualcuno ma di tutto il Mezzogiorno: Puglia modello di rinnovamento

La Puglia, grazie alla sua struttura territoriale - «super pianeggiante», come spesso si dice - può diventare il laboratorio ideale per sperimentare una nuova forma di assistenza di prossimità, capillare, rapida, centrata sulle persone e non sugli apparati

Mercoledì 28 Gennaio 2026, 12:18

Il tema dominante è che la Regione non è di qualcuno. Dovrà imparare ad appartenere ai meridionali.

Dall’esito delle ultime elezioni regionali in Puglia emerge infatti un segnale nuovo, in parte atteso, ma particolarmente significativo: la percezione che l’istituzione regionale non sia più un patrimonio privato di gruppi dirigenti consolidati, né un apparato da difendere o controllare per tradizione politica, ma un bene comune da restituire ai cittadini. Il voto che ha consegnato la guida della Regione ad Antonio Decaro sembra aver aperto un varco in questo senso, inaugurando un percorso in cui la politica è chiamata a riappropriarsi della sua funzione più alta: rappresentare e governare un territorio nella sua interezza, senza pretese proprietarie né automatismi di potere.

Il primo banco di prova di questa evoluzione si è manifestato con la campagna elettorale, condotta con un linguaggio pragmatico e privo di quelle liturgie autoreferenziali che spesso hanno caratterizzato la politica meridionale. Ma la conferma più eloquente è arrivata con le prime scelte di governo. La formazione della giunta non è stata un esercizio di equilibrismi interni, bensì la costruzione di un esecutivo solido, dotato di competenze riconoscibili e chiamato a rappresentare non una parte, ma l’intera collettività pugliese. Questo ha contribuito a rafforzare l’idea di una Regione finalmente capace di superare la stagione dei «borbottii», delle resistenze sotterranee, delle mediazioni asfittiche che, negli anni, avevano trasformato la gestione regionale in una quasi «proprietà politica privata», impermeabile ai bisogni reali.

Una svolta particolarmente evidente riguarda la distribuzione delle deleghe, segnale non secondario dell’impianto strategico che Decaro intende imprimere. L’attenzione prioritaria è stata rivolta alla sanità, da sempre uno dei punti più critici del Mezzogiorno. Ma la novità non risiede solo nell’aver collocato il settore al centro dell’azione amministrativa: sta nel metodo. Il neo governatore ha scelto di studiare personalmente la situazione, non attraverso relazioni tecniche o documenti filtrati, ma recandosi nei pronto soccorsi all’alba, anche nei giorni festivi. Lì, davanti alle difficoltà dei pazienti, ha raccolto testimonianze, osservato dinamiche, registrato inefficienze. Un approccio che ricorda la tradizione delle grandi stagioni riformatrici italiane, quando l’analisi diretta dei problemi sociali rappresentava il presupposto indispensabile per formulare politiche pubbliche efficaci. Ai tempi di Moro, Berlinguer e Nenni, ascoltare la realtà era un dovere; oggi, nel contesto spesso burocratizzato delle amministrazioni, è tornato a essere un gesto rivoluzionario.

In questa cornice si inserisce la scelta dell’assessore alla sanità, affidata a Donato Pentassuglia, figura di lunga esperienza istituzionale e dalla qualità indiscussa. La sua presenza, unita al ruolo centrale del vicepresidente Cristian Casilli, lascia intravedere una vera progettualità sulla costruzione di un welfare sociosanitario capace di integrare, finalmente, sanità e assistenza territoriale. È un passaggio che nel Mezzogiorno è stato evocato per decenni ma mai pienamente realizzato. Da qui potrebbe nascere una risposta unitaria ai bisogni delle persone, soprattutto delle fasce più fragili, che oggi si trovano spesso a navigare tra comparti separati e servizi non coordinati.

Questa impostazione si accompagna a un altro elemento non secondario: la capacità di recuperare ciò che vale, senza cadere nella retorica della rottamazione fine a sé stessa. Decaro non ha ceduto né al culto dei «giovani a prescindere» né all’idea di smantellare per il gusto di farlo. Ha invece ricomposto, con equilibrio, ciò che potremmo definire un «buon usato istituzionale», evitando al tempo stesso l’imitazione di stili politici ormai superati: gli oratori dal tono imperiale, abilissimi nel dire ma poco inclini al fare, o i portatori di idee pseudo-rivoluzionarie che profumano più di passato che di futuro.

Il nodo centrale, che dovrebbe interrogare l’intero Sud, risiede nella selezione rigorosa delle priorità. Mettere al centro la sanità, l’assistenza territoriale, la gestione oculata delle risorse, la tutela dei ceti deboli e la capacità deliberativa basata sui saperi - come ricorderebbe Einaudi - significa costruire politiche pubbliche moderne, pragmatiche e soprattutto verificabili. È una scelta che richiama una responsabilità diretta: presidente e assessori saranno chiamati a rispondere dei risultati, non dei rituali. Da questa impostazione nasce un modello che, se funzionerà, potrà trasformarsi in un punto di riferimento non solo per la Puglia ma per l’intero Mezzogiorno.

La Puglia, grazie alla sua struttura territoriale - «super pianeggiante», come spesso si dice - può diventare il laboratorio ideale per sperimentare una nuova forma di assistenza di prossimità, capillare, rapida, centrata sulle persone e non sugli apparati. Se questa strategia produrrà effetti concreti, assisteremo a un fatto rarissimo nella storia amministrativa recente: una Regione meridionale che non si limita a rivendicare, ma propone soluzioni e offre un modello di governance replicabile altrove.

La Puglia potrebbe diventare così una «nazione regionale» capace di trainare non solo il Sud ma l’intero Paese, invertendo una dinamica storica che vede da decenni un Mezzogiorno costretto più a inseguire che a guidare.

Il perché di questo entusiasmo è chiaro anche a chi, come me, vive da 45 anni immerso nel diritto sanitario e proviene da una regione - la Calabria - dove parlare di integrazione sociosanitaria o di programmazione pubblica avanzata significa spesso muoversi in un territorio di aspirazioni più che di realtà. Da questa esperienza nasce l’aspettativa che la Puglia possa rappresentare, finalmente, un esempio concreto per l’intero Sud: un modello in cui efficienza e coesione sociale non siano viste come alternative, ma come condizioni che si rafforzano a vicenda.

Mettere ordine nelle priorità, governare con i dati e con la conoscenza, proteggere i più fragili, rendere trasparente la spesa e responsabile la decisione politica equivale ad affermare un’idea di modernità che, pur sembrando ovvia, non è mai stata davvero applicata su larga scala nel Mezzogiorno.

Se la «crociata» avviata da Decaro avrà esito positivo - e il termine non è eccessivo, se lo si intende come impegno collettivo e trasformativo - la Puglia potrà diventare un riferimento nazionale. Un Sud che non chiede ma produce; un Sud che non attende ma costruisce; un Sud che non supplica attenzione ma la conquista offrendo qualità amministrativa. Sarebbe un passaggio epocale. E forse, per la prima volta dopo molto tempo, il Centro-Nord potrebbe trovarsi nella posizione di osservare, studiare e, perché no, apprendere un modello nato al Sud.

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