Martedì 27 Gennaio 2026 | 19:37

L’orrore della Shoah e le responsabilità del fascismo italiano

L’orrore della Shoah e le responsabilità del fascismo italiano

 
Leo Lestingi

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Leo Lestingi

L’orrore della Shoah e le responsabilità del fascismo italiano

La Giornata della Memoria occupa ancora oggi un posto centrale nel nostro calendario civile, interrogando la ricerca storica e la trasmissione pubblica del passato

Martedì 27 Gennaio 2026, 12:00

La Giornata della Memoria occupa ancora oggi un posto centrale nel nostro calendario civile, interrogando in modo particolare la ricerca storica e la trasmissione pubblica del passato. Essa, istituita 26 anni fa, richiama come si sa la Shoah, le leggi razziali, la persecuzione dei cittadini ebrei, la deportazione e la morte nei campi di concentramento e di sterminio, nonché il ricordo di quanti si opposero al progetto di annientamento.

Nella formulazione normativa, tuttavia, non compare un riferimento esplicito al fascismo italiano, né al ruolo svolto dal regime nella costruzione e nell’attuazione delle politiche razziali; e questo dato, lungi dall’essere meramente formale, segnala una difficoltà più profonda nell’elaborazione pubblica del passato. Perché la persecuzione antiebraica in Italia non fu, infatti, il risultato di un evento improvviso, né unicamente l’effetto dell’occupazione tedesca dopo il 1943, dal momento che essa prese forma attraverso decisioni politiche, provvedimenti di legge e pratiche amministrative, che trovarono nel regime fascista il proprio quadro di riferimento. La Giornata della Memoria, comunque, non può esaurirsi nella sola commemorazione delle vittime: la sua ricorrenza non può essere liquidata come l’ennesimo adempimento, in sé da tempo divenuto scettico e stanco, di un obbligo istituzionale. Essa impone, piuttosto, di interrogare i quadri politici e istituzionali entro cui la persecuzione si definì, così come le pratiche di adattamento, di consenso e di indifferenza (la cosiddetta “zona grigia” di cui scriveva Primo Levi) che ne accompagnarono lo sviluppo. Separata da un rigoroso lavoro storico, la memoria rischia di ridursi, infatti, ad una ritualità ripetuta, che finisce per eludere il nodo delle scelte compiute e delle responsabilità: la Shoah, insomma, non è stata un evento astratto o ineluttabile, ma l’esito di politiche deliberate, radicate in contesti nazionali e locali specifici.

Certo, in un’Europa che ha identificato nella lotta ai totalitarismi trascorsi la sua radice, senza avvedersi, tuttavia, delle autocrazie che un po’ dovunque stanno tornando, nel loro presentarsi come risposta alla crisi del modello democratico novecentesco, la Giornata del 27 gennaio potrebbe essere affrontata in due modi. Nel primo caso, come una sorta di anacronistico adempimento ad una qualche obbligazione, qualcosa che risponde, nello stesso tempo, ad un esercizio retorico, laddove le parti da recitare sono teatralmente già disegnate a priori. Nel secondo, invece, come la concreta occasione per affrontare con decisione non tanto un “passato che non passa”, bensì un presente che non trascorre, del quale, insomma, non riusciamo a darci ragioni decisive, vivendo semmai in un regime di indeterminatezza, di insicurezza e di permanente precarietà. La decadenza del dibattito politico degli ultimi decenni non a caso incide anche sull’uso disinvolto delle parole. Basti pensare all’espressione “nazi-sionismo” e di riflesso all’accusa di genocidio nei confronti della condotta di Israele rispetto alla sua esperienza storica nel controverso rapporto con i palestinesi. Tema in sé delicato, perché nel vuoto degli orizzonti di coscienza e conoscenza sollecita, invece, reazioni quasi pavloviane; infatti, non mancano oggi coloro per i quali fare memoria oggi non è più sentito come un dovere morale, ma qualcosa da cui ci si può anche astenere, perché “le vittime di ieri fanno oggi ai palestinesi quello che i nazisti hanno fatto loro”. Tutti questi elementi sembrano tenersi insieme e costruiscono una rete di pseudo-significati che stanno radicalizzando gran parte della comunicazione collettiva.

La memoria della Shoah non può, dunque, essere utilizzata come chiave interpretativa immediata del presente, né piegata a letture semplificate: la sua specificità storica va preservata proprio per evitare che venga trasformata in strumento polemico o ridotta a criterio di legittimazione o delegittimazione politica. E qui è essenziale distinguere con rigore fra la critica alle politiche di uno Stato e l’attribuzione di colpe e responsabilità su base identitaria, che finisce per colpire gli ebrei in quanto tali. L’antisemitismo contemporaneo, infatti, non si manifesta soltanto attraverso forme esplicite e violente: negli ultimi anni se ne osserva una rinnovata circolazione nello spazio pubblico, spesso attraverso processi di generalizzazione che cancellano differenze storiche e politiche e riattivano schemi e linguaggi antiebraici di lunga durata. Ricordare il 27 gennaio significa, allora, tenere insieme storia e responsabilità, nominare colpe e complicità, senza rimozioni né autoassoluzioni. Significa riconoscere in questa Giornata uno spazio di riflessione condivisa, in cui il passato non viene evocato per chiudere il discorso sul presente, ma per renderlo più consapevole e attento ai diritti e alla dignità di ogni essere umano.

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