Giovedì 29 Gennaio 2026 | 15:08

Quelle «sacerdotesse» della solitudine e la norma caregiver

Quelle «sacerdotesse» della solitudine e la norma caregiver

 
Francesco Caroli

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Francesco Caroli

Quelle «sacerdotesse» della solitudine e la norma caregiver

C’è una figura che attraversa in silenzio le nostre case, tiene in piedi un pezzo decisivo del welfare italiano eppure resta ai margini del discorso pubblico: la badante

Giovedì 29 Gennaio 2026, 13:00

C’è una figura che attraversa in silenzio le nostre case, tiene in piedi un pezzo decisivo del welfare italiano eppure resta ai margini del discorso pubblico: la badante. Una presenza quotidiana, spesso invisibile, che negli ultimi vent’anni ha compensato l’invecchiamento della popolazione, la fragilità dei servizi domiciliari e la progressiva ritirata dello Stato dalla cura continuativa degli anziani non autosufficienti.

I numeri aiutano a capire la portata del fenomeno. In Italia oltre il 24% della popolazione ha più di 65 anni, una delle quote più alte d’Europa (Istat). Eppure l’assistenza domiciliare pubblica raggiunge solo il 3–4% degli anziani, una copertura tra le più basse nei Paesi Ocse (Istat; Oecd, Health at a Glance). Il vuoto è stato colmato dal mercato: oggi le badanti con contratto regolare sono circa 400.000, ma le stime indicano che oltre la metà dei rapporti di lavoro è irregolare (Inps; Domina).

Se si sommano lavoro regolare e sommerso, in Italia si stima che operino quasi un milione di badanti, a fronte di poco più di 400.000 operatori sanitari direttamente impegnati nell’assistenza nel Servizio Sanitario Nazionale (Inps; Assindatcolf; Ministero della Salute). Un dato che racconta meglio di qualsiasi slogan dove oggi si regge davvero la cura della non autosufficienza: fuori dal perimetro pubblico, sulle spalle delle famiglie e di un esercito silenzioso di lavoratrici invisibili.

È così che l’Italia ha costruito un sistema implicito, mai dichiarato ma stabile: la cura resta una responsabilità privata, affidata alle famiglie, che la esternalizzano sul mercato — spesso informale — dell’assistenza familiare. Un modello che ha funzionato per adattamento, non per scelta. E che oggi è strutturalmente fragile.

Le badanti sono diventate, di fatto, le sacerdotesse della solitudine. Custodi di un rapporto esclusivo, totalizzante, che protegge l’anziano ma allo stesso tempo lo isola. Dalla rete dei servizi, dalla comunità, talvolta perfino dalla famiglia. E isola anche loro stesse: donne, quasi sempre migranti, chiuse in un lavoro che si svolge dentro le mura domestiche, senza équipe, senza formazione strutturata, senza integrazione con i servizi sociali e sanitari.

Qui non c’è un problema morale, ma una regola non scritta: la cura funziona solo per chi ha le proprie risorse per sostenerla. La cura privata è accessibile a chi ha reddito, risparmi, patrimoni familiari. Gli altri arrangiano, rinunciano, o scivolano nel lavoro nero. È un welfare che seleziona, che amplifica le disuguaglianze, che trasforma un bisogno universale in una risposta per pochi.

In questo quadro si collocano i recenti interventi normativi sul caregiver familiare, che rappresentano un segnale importante ma ancora insufficiente. Il riconoscimento di chi si prende cura di un proprio congiunto è un passo avanti culturale, ma senza servizi, senza una rete territoriale, senza una regia pubblica, anche il caregiver rischia di restare solo. Così come restano sole le badanti e gli anziani che assistono.

Il punto critico è politico, prima ancora che tecnico. Questo sistema è pronto a collassare: l’invecchiamento accelera, le famiglie si riducono, la disponibilità di lavoro di cura informale diminuisce. Continuare a reggersi su soluzioni private e non integrate significa rinviare un problema che diventerà emergenza.

Per anni abbiamo chiamato «cura familiare» ciò che era una rinuncia pubblica. Oggi quel modello scricchiola. Se la politica – e con essa l’opinione pubblica – non riconosce la cura come infrastruttura essenziale, il sistema di welfare basato sulle badanti non reggerà. E al funerale, le sacerdotesse della solitudine sono già pronte.

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