Da venti giorni gli iraniani continuano a manifestare nonostante la repressione del regime. Tanto feroce che il premio Nobel per la Pace Ebadi, incurante della palese contraddizione, giunge a chiedere agli americani di sopprimere la guida suprema Khamenei.
La violenza, d’altra parte, è connaturata alla teocrazia khomeinista. La Repubblica islamica nasce eliminando l’opposizione laica e di sinistra, normalizza le esecuzioni di massa, soffoca nel sangue le proteste studentesche, il Movimento Verde, la rivolta di Donna, Vita, Libertà. Fino adesso in Iran, falchi e colombe, tecnocrati e apparati della sicurezza hanno serrato i ranghi attorno al clero.
Ma se le cose precipiteranno, i pasdaran che hanno accumulato grandi ricchezze siamo proprio certi che non saranno disponibili a sacrificare gli ayatollah pur di preservarle?
In realtà, quello che ci insegna la crisi iraniana è che la contrapposizione tra Occidente e «Sud globale», cara a tanti opinionisti, si sta complicando. Per Sud globale si intende un numero variegato di Paesi che, per latitudine o collocazione geopolitica, si identificano come alternativi all’ordine occidentale.
Ma l’Iran che appende alle gru gli oppositori è Sud globale? Perché, se è vero che gli occidentali non sono sempre nel giusto, che hanno violato spesso il diritto internazionale e che si può criticare l’unilateralismo del presidente americano, è altrettanto chiaro che l’opposizione alla civiltà occidentale non può diventare un alibi, né un lasciapassare politico e morale per qualunque condotta di stampo criminale. Lo dimostra anche il Venezuela, che con l’Iran aveva stretto un «asse del male», dove trent’anni di populismo chavista hanno piegato le istituzioni al potere esecutivo. Lì i tribunali sono stati trasformati in strumenti politici, gli oppositori sono stati imprigionati spesso senza processi regolari e le ricchezze del paese, che avrebbero potuto garantire prosperità e stabilità, sono state invece dissipate.
Sarebbe, dunque, questa l’alternativa all’Occidente? Il diritto internazionale non muore solo quando viene violato dall’esterno. Muore anche prima, quando viene svuotato dall’interno, trasformando la sovranità - mascherata da emancipazione sociale o da ideale religioso - nel più bieco autoritarismo.
L’altra considerazione è che il Sud del mondo, oggi, è tutt’altro che «globale». L’attuale fase delle relazioni internazionali, infatti, riconfigura i rapporti tra le nazioni secondo vecchie e nuove sfere di influenza. E abbiamo regimi illiberali che orbitano intorno a Russia e Cina, convinti di farla franca grazie all’appoggio di queste potenze. Ma quando gli USA esercitano la funzione di poliziotto globale, nessuno, nei fatti, si sogna di contrastarli. È accaduto per l’Iran nel giugno scorso, quando gli americani hanno attaccato i siti nucleari. E la scena si è ripetuta pochi giorni fa, al momento dello spettacolare arresto di Maduro.
D’altra parte, va anche considerato come questo Sud del mondo, oltre a non essere globale, non è più neppure compatto. L’Argentina di Milei, infatti, ha salutato la caduta di Maduro come l’inizio di una nuova stagione di libertà; il Mercosur chiude accordi con l’Europa e l’India, dal suo canto, dimostra che è possibile rivendicare autonomia strategica senza rinunciare alla democrazia.
Questo Sud, insomma, «deglobalizzato», si trova davanti a un bivio: continuare a usare ipocritamente il principio della non ingerenza al fine di tollerare massacri come quello iraniano, oppure avviare un dialogo - certamente difficile e in salita - con i nemici di un tempo, sapendo che anche dall’altra parte del mondo la coesione di una volta è venuta meno. La Groelandia lo insegna.
















