Mercoledì 07 Gennaio 2026 | 12:39

Il parto anonimo è possibile all’interno degli ospedali, ma le donne non lo sanno

Il parto anonimo è possibile all’interno degli ospedali, ma le donne non lo sanno

 
Danny Sivo, Antonio Belpiede e MARCELLA LERRO

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Danny Sivo, Antonio Belpiede e MARCELLA LERRO

Neonato

Piedini neonato

Chiediamo che le Asl ed i Policlinici universitari diano innanzitutto piena e completa informazione sulla possibilità di potere partorire in anonimato in ospedale come prevede la legge

Domenica 05 Gennaio 2025, 12:28

La vicenda del ritrovamento di un bimbo morto all’interno delle cosiddette «culle della vita» merita riflessioni sia di natura sociale che di natura tecnica al di là degli aspetti sulle eventuali responsabilità che non ci competono.

Come ha giustamente ricordato l’arcivescovo di Bari il neonato ritrovato esanime nella culla è una speranza di vita negata e rappresenta il culmine di una serie di fragilità e difficoltà sociali che spesso non emergono alla luce dei riflettori mentre occorrerebbe costruire una società che non lasci nessuno indietro e da cui, purtroppo, siamo ancora lontani. Noi crediamo che da questo punto di vista le Istituzioni laiche della Repubblica debbano interrogarsi su quanto accaduto e su quanto sia possibile fare per prevenire e meglio gestire tali situazioni.

Dobbiamo dapprima ricordare, però, che dopo lunghe battaglie di natura culturale e di emancipazione delle donne il Dpr 396/2000, art. 30, comma 2 prevede che si possa partorire in ospedale in totale anonimato. Il nome della madre rimane per sempre segreto e nell’atto di nascita del bambino viene scritto «nato da donna che non consente di essere nominata». Questo consente di offrire totale assistenza a gestante e neonato, allo scopo di evitare ogni tipo di complicanze che possono insorgere al momento del parto e che possono mettere a rischio la vita della donna e del neonato.

Ricordiamo, infatti, che il corollario del non voluto riconoscimento è certamente un parto avvenuto in casa o comunque al di fuori di condizioni di sicurezza che rende il neonato, spesso, più fragile.

Appare evidente, pertanto, che tali strutture dedicate alla accoglienza di gravidanze non volute ma portate a termine debbano essere allestite, li dove la donna non voglia un normale ricovero, comunque all’interno di strutture sanitarie dedicate e pronte a qualunque emergenza e soprattutto con sistemi di allarme e sicurezza a ragionevole prova di errore. I protocolli di sicurezza nelle strutture ospedaliere prevedono la continuità elettrica per ogni emergenza, sistemi di videosorveglianza, procedure di sanitizzazione e controllo periodico di ogni strumento proprio per ridurre al minimo i rischi e garantire l’immediato intervento degli specialisti in caso di complicanze.

Non è in dubbio, pertanto, l’idea di garantire opzioni multiple alla donna che non intenda riconoscere il figlio, ma quello che va ribadito è che in tal caso occorre che la gestione sia garantita comunque da strutture sanitarie in piena sicurezza sia per la donna che per il neonato. A tal proposito è evidente l’importanza del supporto psicologico e tecnico della rete consultoriale che, nonostante la diminuzione dei punti nascita e dei nati in generale che pure dovrebbe mettere a disposizione del territorio e della prevenzione più personale, continua invece a non dare segni di miglioramento rendendo necessario un intervento da parte delle istituzioni preposte che finalmente realizzino il loro potenziamento con la piena presa in carico della gravida e relativa istituzione della agenda di gravidanza prevista dalla legge regionale. Intere generazioni di donne oggi, invece, non sanno neppure dell’esistenza del Consultorio previsto dalla legge 194 mentre l’intera gravidanza può essere seguita nei consultori o negli ambulatori ginecologici anche in caso di possibile non riconoscimento.

Nonostante l’impegno di alcune Asl a migliorare l’assistenza anche attraverso sistemi di informazione che prevedono il contatto tramite sistemi moderni anche Whattsapp come il sistema «Eve» di Bari, sono tantissime le donne che ancora non hanno punti di riferimento sicuri e accoglienti per affrontare una gravidanza in serenità anche li dove non si voglia riconoscere il neonato.

Crediamo, pertanto, che sia necessaria una garanzia pubblica di ogni «culla per la vita» e dei relativi protocolli operativi e gestionali, e che tale pratica vada affidata alle Asl che verifichino le condizioni di sicurezza affinché tale meritoria e utile possibilità possa avvenire in condizioni di piena sicurezza che è, naturalmente, una condizione necessaria affinché la donna decida di affidarvi il neonato.

Chiediamo che le Asl ed i Policlinici universitari diano, però, innanzitutto piena e completa informazione sulla possibilità di potere partorire in anonimato in ospedale come prevede la legge, dando la necessaria evidenza a tale possibilità con idonea comunicazione attraverso la rete consultoriale e sui portali di informazione dedicati ed in ogni modo possibile per ridurre al minimo i rischi per madri e neonati.

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