Dobbiamo tornare a chiamare le cose e gli uomini, sì, con il loro nome. Per capire come sta precipitando il mondo e la capacità di giudizio. Tra gli auguri che ci facciamo per Natale, questo è sicuramente il più sentito. Storditi tra le durezze di Zelenski e il tatticismo di Putin, tra il possibilismo dell'Europa e l’interesse di Trump, facciamo fatica ad accettare due verità amare: primo, che Putin vuole ridisegnare i confini dell'Europa e annettere un pezzo di Ucraina e, secondo, che sta cambiando l’equilibrio geopolitico degli Stati.
Se il presidente Vladimir non viene fermato ora, non si fermerà più e i suoi spiriti annessionistici mireranno in primo luogo sui Paesi Baltici, Estonia, Lettonia, Lituania. Secondo il capo dell’intelligence ucraina, Kyrylo Budanov, «la Federazione russa doveva essere pronta ad agire nel 2030». Gli obiettivi sono stati rivisti con una accelerazione al 2027.
Qualcuno sta stravolgendo l’ordine del mondo e le gerarchie del potere capovolgono i principi della democrazia. Se i potenti si autodeterminano nelle loro sfere, la seconda viene stravolta e progressivamente indebolita nei suoi tratti salienti, le garanzie di rispetto reciproco e di bilanciamento. Ma l’opinione pubblica così come gli stessi intellettuali, mentre gli eserciti marciano e le diplomazie colloquiano, non riescono a restituire forza a quelli che sono stati per mezzo secolo i pilastri della solidità civile.
A indebolirli ha contribuito una cultura liberale che, nella sua dialettica, consente di centellinare giudizi diversi e disparati su questioni così centrali come la libertà di audeterminarsi e di vivere dei propri confini.
Questa incertezza e dubbiosa acquiescenza costituiscono una peculiarità del pensiero occidentale ma anche un tratto saliente della difficile contemporaneità.
Nella nostra tradizione impera il culto del progresso e della crescita, insieme a un’arma come il dubbio, che apre il fianco per interpretazioni spesso deboli dei mutamenti in atto.
Ma nutrire questa certezza sulla nostra debolezza speculativa e riconoscere che nessuna ragione può essere dalla parte di Putin diventa un passo decisivo verso la verità. L’Occidente si porge con il suo ampio strumentario di belle parole ed estenuanti dialoghi, ma intanto la carneficina continua e non risparmia vite preziose. Un machiavellismo di nuovo stampo spolvera una ragion di Stato che non risponde a regole e non indulge a sentimenti o fratellanze.
Tutto diventa più semplice se capiamo che la posta in gioco per gli europei è di ordine politico: è in gioco il futuro dell'Unione europea, e non di ordine economico, come è per gli Stati Uniti.
Una volta riconquistato il coraggio delle idee senza dubbi e incertezze dobbiamo capire che la battaglia in queste ultime settimane si va focalizzando su quello che sarà l’orizzonte del futuro.
Per gli stati uniti, l’abbiamo detto, è una questione economica, per i russi è imperiale, per gli europei la battaglia attiene al senso di una unione e di una tradizione, di una storia assai giovane che è scaturita dalle rovine delle guerre in successione.
Una nuova storia deve ancorarsi alle verità antiche per ritrovare i segni del futuro cammino.
















