È una notte buia a Caracas, dopo l’attacco americano contro il Venezuela, con la cattura di Maduro e di sua moglie Cilia. Al vanto di un’operazione militare da manuale, enfatizzata dalla propaganda della Casa Bianca, fonte unica di notizie, segue il silenzio delle strade vuote, con la popolazione attonita dinanzi ai frantumi della propria sovranità, in angoscia per il futuro. Uno choc, a prescindere dalle latitudini, commesso deliberatamente ai danni di un Paese in testa alle classifiche mondiali per i suoi giacimenti di petrolio.
L’operazione si annunciava già dalla metà del settembre scorso, ma la sua declinazione ha sbalordito tutti. È stata clamorosa. Sul terreno, infiltrazioni (illegali) di agenti speciali della Cia, autorizzati ad usare ogni mezzo, con ampie disponibilità economiche per ungere la corruzione; in mare, attacchi letali alle barche dei presunti trafficanti venezuelani di droga (almeno una trentina con un centinaio di morti, laddove le rotte principali della coca e del Fentalyn passano dal Pacifico e non dal Venezuela - come non si può ignorare); blandizie e minacce al governo, invitato a farsi da parte, con la promessa di un comodo esilio in Turchia per Maduro e famiglia; il dispiegamento nel mare caraibico della più grande portaerei del mondo, la Gerald Ford, fatta arrivare dal Mediterraneo, navi con missili Tomahawk e bombardieri B-52 e B-1, in ricognizione sui cieli venezuelani, con l’ausilio di droni e l’impiego di migliaia di uomini.
Infine, dopo ripetute simulazioni segrete, il blitz della Delta Force dell’altra notte, nell’assenza in apparenza inspiegabile di qualsiasi reazione militare venezuelana e con sette esplosioni in luoghi strategici, a cominciare dal mausoleo sulla Montaña, dedicato a Hugo Chavez, simbolo del socialismo bolivariano. In due ore e venti minuti, complice il buio cibernetico indotto allo scopo su ampie zone di Caracas, con l’impiego di elicotteri protetti dai caccia a bassa quota, il commando ha rapito (il termine usato è stato «estratto») sorprendendoli nella loro camera da letto, i coniugi Maduro. Già poche ore dopo erano ammanettati e fatti passare per mare a Guantanamo, il dittatore fotografato con cuffie alle orecchie e ferri ai polsi, dunque i due portati via in aereo a New York, attesi nelle celle del Metropolitan Detention Center di Brooklyn, un mega penitenziario federale, circondato da cattiva fama. Singolare, proprio a New York. La città più cosmopolita del mondo ha appena incoronato davanti ad una folla di quattromila persone, il neo sindaco socialista, Zohran Mamdani. E Zohan, nelle sue prime dichiarazioni ufficiali, ha apertamente condannato il blitz ordinato da Trump. Una sottile vendetta? La cronaca pilotata da lla Casa Bianca, tuttavia, non concede pause, forse già oggi i coniugi Maduro compariranno davanti a un giudice newyorchese, con l’aggiunta di qualche supertestimone di comodo, ingaggiato per suffragare l’accusa strumentale all’arresto: narcotraffico e terrorismo ai danni degli Stati Uniti d’America. Chi rappresenterà la difesa? In tribunale, le accelerazioni sono nemiche della giustizia, al pari dei ritardi. Lo sa bene la moglie di Maduro, avvocata di fama nel suo Paese.
Ma Trump ha fretta. Ha condiviso l’operazione con i suoi più stretti collaboratori, senza chiedere l’autorizzazione al Congresso. Ha inaugurato il nuovo anno dinanzi agli occhi attoniti del mondo, con un blitz nel segno della filosofia che gli appartiene, comune peraltro ai vari Netanyahu o Putin. L’uno, subito sperticato in complimenti, l’altro, alleato di Maduro, di cui ha chiesto la liberazione, consapevole tuttavia di non potersi permettere la rottura con gli americani, nelle more della difficile trattativa per la pace in Ucraina. Comunque, pur nelle scontate differenze, a Caracas sono stati riproposti i metodi usati a Gaza o a Kiev: abuso della forza, come della propaganda, ignorati i fatti che non piacciono, costruiti quelli che servono. Al primo posto il denaro, insieme al primato della violenza sul diritto. In polvere, gli elementi costitutivi dello Stato: il territorio, il popolo, la sovranità e i principi della giustizia internazionale, ignorati da Trump, sin dall’inizio del suo mandato, un anno fa. L’impegno, diventato cifra della sua politica, di demolire il sistema americano e l’ordine globale, faticosamente ricostruito dopo la seconda guerra mondiale, così come il perché della Storia o la cultura e la civiltà.
Il tycoon dice e si contraddice di continuo. Nega e ribadisce. Nelle prime ore successive al blitz aveva accennato ad una sorta di protettorato americano per il Venezuela, invece, probabilmente responsabilizzato dinanzi alle incognite della situazione, avrebbe consentito al passaggio dei poteri nelle mani della vice-presidente venezuelana, Delcy Rodriguez, indicata dalla Corte Suprema. Ma la Rodriguez è tutt’altro che una figura di comodo. Lei ha subito smentito di voler collaborare con gli americani, in più, è stata la prima ad aver parlato di «sequestro» con riferimento al rapimento del presidente e di sua moglie e di «ingiusta aggressione americana», accettando di essere investita del mandato speciale, previsto dallo stesso Maduro nell’ipotesi dell’emergenza che puntualmente si è verificata, per «difendere il nostro Paese e le nostre risorse energetiche e minerarie, patrimonio del popolo». Le premesse per una transizione pacifica dovranno dunque essere mediate, salvo clamorose fratture che potrebbero segnare per il Venezuela un futuro di profonda instabilità.
E chi è fuori gioco oggi, potrebbe tornare in campo domani. Prendi, la Maria Corina Machado, figlia delle oligarchie economiche venezuelane, neo-premio Nobel per la pace, con una scelta forse non particolarmente indovinata dal comitato di Stoccolma sotto le pressioni esercitate da Trump convinto di meritare il Nobel, e che pare non abbia gradito. Al suo riguardo, nonostante i grandi attestati di stima da lei espressi, lui ha commentato: «Non ha il sostegno popolare dei venezuelani, né il loro rispetto». Chiusura totale. Vale ora, poi si vedrà. Intanto, le promesse di Trump tanto ai cittadini americani, quanto ai venezuelani, dipingono un futuro prospero: ci sarà più denaro per tutti!
Le risorse energetiche venezuelane saranno controllate da Washington, che già guarda di traverso Cuba e la Colombia arrivando al Messico, con il corredo naturalmente del Basile del presidente Lula, indignato per quanto è appena accaduto e preoccupato. Nei Paesi sudamericani che non hanno condannato il blitz , come Il Perù, l’Honduras o la Bolivia, cui si aggiunge naturalmente l’Argentina del presidente «motosega» Milei, si inneggia invece al sistema MAGA di Trump. Grazie al corollario da lui aggiunto alla dottrina Monroe, nonostante l’età che insegue il tempo, potrebbe vedere il suo sogno realizzarsi: cominciando dal Sudamerica, l’intero continente gestito dalla pax americana. Ci sarebbe da raccontare, naturalmente, delle reazioni del resto del mondo ma la pagina a è finita. In sintesi: tiepida e balbettante ancora una volta l’Europa, la Cina, ferma nella sua condanna, ostacolerà gli obiettivi americani – si spera – senza rinunciare al suo softpower, aggiungendo l’Iran degli Ayatollah, vicini a Maduro, già nel mirino di Trump e di Israele. Ma siamo solo agli inizi della storia. Non mancheranno le occasioni. A proposito di Maduro - come ha ben spiegato un osservatore molto attento, appena di ritorno dal Venezuela e ascoltato da chi scrive, Pino Arlacchi -: «la realtà rappresentata del Venezuela è distante da quanto racconta il mainstream. Negli ultimi tre anni è stata superata con misure decise la crisi economica di cui tanto si parla. Maduro, che non ha mai avuto il carisma di Chavez, non è riuscito a uscire dall’isolamento, che lo ha circondato nel suo secondo mandato. Ha amato il suo popolo, non ha saputo raccontarlo». Aggiungiamo: miglioreranno probabilmente le narrazioni. Ma con i sentimenti, come la mettiamo? La dottrina Trump non ne prevede il posto.
















