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«se appartengo al branco allora sono qualcuno» alle radici del caso vieste

«se appartengo al branco allora sono qualcuno» alle radici del caso vieste

«se appartengo al branco allora sono qualcuno» alle radici del caso vieste

 
Nunzio Smacchia

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Nunzio Smacchia

«se appartengo al branco allora sono qualcuno» alle radici del caso vieste

Il branco è un involucro che racchiude rapporti di amicizia e di scontro, è la somma di caratteri deboli e di personalità anonime che solo nel «gruppo» si riscattano e prendono vigore

Lunedì 12 Agosto 2024, 14:30

L’episodio del pestaggio avvenuto a Vieste ai danni di un dodicenne da parte di alcuni minorenni porta ancora una volta alla ribalta il fenomeno del branco.

Appartenere ad un gruppo di coetanei è importante nell’adolescenza perché il «gruppo» viene vissuto e sentito come una nicchia protettrice, come una base narcisistica, dove potersi rispecchiare e identificarsi. Il branco è un involucro che racchiude rapporti di amicizia e di scontro, è la somma di caratteri deboli e di personalità anonime che solo nel «gruppo» si riscattano e prendono vigore, dando vita a manifestazioni aggressive e violente, che, altrimenti, mai compirebbero. È nel gruppo che il giovane vive quel percorso di maturazione e di consapevolezza di sé e degli altri che non è ancora terminato, allontanandosi dall’influenza dell’ambiente e della famiglia, che gli sembrano ostili e non lo comprendono. L’adolescente si avvicina al gruppo perché è alla ricerca di una propria identità e di un proprio cammino; in esso si lascia andare liberamente a scoppi di collera, a scontri fisici, a frequenti atti vandalici, a minacce, ad uso di alcool, di sostanze stupefacenti e di un linguaggio volgare.

Solo nel gruppo si sente libero di fare tutto questo, protetto, com’è, dagli «altri», nei quali trova coraggio e forza e nei quali si «disperde», si «spersonalizza» e si «identifica», diventando una parte di se stesso in un processo di «attacco e fuga», come direbbero gli studiosi. La natura e le gesta di questi adolescenti, disarmanti ed abbastanza superficiali nella loro ideazione, si contrappongono all’efferatezza della realizzazione: si pensi ai reati contro la persona, ai danneggiamenti, alle lesioni, ai lanci dei sassi dai cavalcavia e agli omicidi. Per quanto ci siano diversità psicopatologiche tra i diversi componenti del gruppo, non è difficile rilevare aspetti comuni, legati alla violenza adolescenziale. Spesso non sono i singoli componenti del branco che eseguono atti criminosi, ma è il gruppo inteso come collettore delle singole individualità, che da sole non commetterebbero i reati perpetrati dal gruppo. È nella sinergia del gruppo, nella sua compattezza che «questo adolescente» trova la forza di compiere gesti violenti, che lo fanno sentire importante, «qualcuno», e gli consentono di venir fuori dal suo anonimato.

L’unità dell’insieme fortifica le iniziative, giustifica l’aggressività soffocata e sprigiona l’identità dei singoli con azioni di violenza all’esterno, rigettando ogni intrusione e preservando le identificazioni proiettive degli appartenenti in un processo inconscio di unità. Nella monade che si viene così a creare i singoli componenti sono accomunati da storie personali, si riconoscono in dinamiche familiari, caratterizzate da problematiche come separazioni, lutti, abbandoni, abusi e maltrattamenti, che si ritrovano tutte nelle anamnesi cliniche.

In definitiva, gli adolescenti hanno necessità di «rinchiudersi» in un gruppo per sentirsi uniti, forti e sicuri, per completare una sorta di passaggio dalla dipendenza infantile dalla famiglia a quello dell’autonomia dell’adulto. Il branco dà all’adolescente un senso di appartenenza, che sa di essere ben accetto e di essere difeso in ogni circostanza; questo aspetto iperprotettivo del gruppo lo fa sentire potente e irraggiungibile, lo estranea dagli altri, e gli fa credere d’essere migliore di chi è fuori del gruppo; tanto più è a disagio con il mondo esterno tanto più forte è l’attaccamento e la lealtà verso il gruppo; quanto è più fragile è la personalità dell’adolescente, tanto maggiore è il bisogno del gruppo. Che fare in questi casi, come prevenire la formazione di gruppi, di branchi, come evitare che le loro azioni sfocino in irreparabili condotte criminose? Normalmente i componenti sono figli del disagio familiare e della psicopatologia che si crea all’interno di essa. La disgregazione familiare, le carenze scolastiche ed affettive e la povertà in generale sono il substrato di ogni formazione gruppale e la possibilità di prevenirla è quanto mai difficile e complessa.

Probabilmente è necessaria una politica di prevenzione ad ampio respiro socio-economico ed un’azione diretta sia della famiglia che della scuola, affinché intervengano subito con efficacia là dove sorgono i primi sintomi di violenza e devianza. È importante che i genitori, come pure ogni altra figura educativa, rivolgano un’attenzione particolare all’autostima dei figli in adolescenza, vigilino nella fase di passaggio dall’infanzia all’adolescenza. È nella famiglia, nel gruppo dei suoi pari, a scuola che il minore conferma la sua crescita e la sua realizzazione emotiva e affettiva. L’adolescenza è il momento di sviluppo in cui si mandano più segnali: sta ai genitori captarli e interpretarli, evitando che i figli si sentano umiliati o incompresi.

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