Un tatuaggio a tutta schiena che riprende senza fraintendimenti i momenti clou dell’assalto ai portavalori sulla Lecce-Brindisi del 9 febbraio scorso, a seguito del quale è rimasto ferito un carabiniere.
Apologia del crimine? Lo diranno le indagini. L’opera è stata realizzata durante l’evento Lecce Tattoo Fest che si è appena concluso. Nulla da dire sulla rassegna né sulle doti artistiche del tatuatore né sulla perfetta aderenza delle immagini realizzate ai fatti evocati, ma la scelta del committente che porta su di sé quei «frame» indelebili, su cui i carabinieri vogliono vederci chiaro.
Nell’immagine in dettaglio si vedono il blindato preso di mira, le auto del commando, gli stessi banditi incappucciati, con tute e mefisto, armati di kalashnikov, le esplosioni, il caos, la scritta «ss613» com’è nota la statale Lecce-Brindisi e le piante di fico d’India per fugare ogni dubbio sul contesto, qualora ve ne fossero. E per concludere, la scritta che ingloba quelle scene inchiostro su pelle: «Assalt».
I tatuaggi legati all’universo criminale e/o in contrapposizione alle forze dell’ordine rappresentano un codice per comunicare appartenenza, gerarchia o disprezzo verso l’autorità. Quelli in particolare che raffigurano il Kalashnikov (AK-47) e scene di assalti armati sono soggetti carichi di simbolismo, spesso legati a concetti di potere, ribellione, protezione o appartenenza a determinate subculture. L’AK-47 è un’icona di resistenza e forza militare, può simboleggiare la minaccia verso i traditori («infami») o la determinazione nel portare a termine una vendetta.
La vicenda sarebbe rimasta al chiuso di un alveo privato se non fosse venuta fuori da un appuntamento pubblico e se, altro dettaglio che scatena mal di pancia e indignazione, le foto pubbliche reperibili in rete non avessero avuto a margine i loghi istituzionali a tutti i livelli e l’hashtag #wareinpuglia che categorizza e raccoglie i contenuti migliori del territorio pugliese sui social media...
















