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Il Papa vuole andare a Mosca. E se nascesse un colpo di scena?

Il Papa vuole andare a Mosca. E se nascesse un colpo di scena?

A prescindere dall’esito che avranno, le affermazioni del Papa segnano comunque una svolta nella politica del Vaticano verso la crisi. Appaiono come il frutto di lunghe riflessioni e forse anche di qualche aspro confronto sulla linea da tenere

04 Maggio 2022

Michele Partipilo

«Papa Francesco a Mosca, solo lui può fermare Putin», così titolava la Gazzetta lo scorso 25 marzo in un articolo che si rifaceva allo storico appello di Giovanni XXIII a Stati Uniti e Urss per disinnescare la crisi dei missili a Cuba. In un’intervista di ieri al Corriere della Sera, Francesco ha detto che è pronto ad andare a Mosca e che tramite il Segretario di Stato, cardinale Parolin, sono stati mossi i passi necessari verso il Cremlino. Ora si attende la risposta di Putin, ma nessuno si fa illusioni.

Per la verità non se le faceva neppure la Gazzetta in quell’articolo quando sosteneva che: «La consacrazione alla Vergine potrà ispirare papa Francesco e magari indurlo a compiere un gesto estremo, disperato, come disperato appariva quello di Giovanni XXIII: intraprendere un viaggio. Non a Kiev, come vorrebbe Zelensky, ma a Mosca, come nessuno si aspetta e come forse sarebbe malvisto dal presidente americano Biden. In tal modo sarebbe offerta allo “zar” quella occasione per un cessate il fuoco che non gli farebbe perdere la faccia. Accadrà? No, è impossibile che le cose vadano così. Però 60 anni fa accadde».

A prescindere dall’esito che avranno, le affermazioni del Papa segnano comunque una svolta nella politica del Vaticano verso la crisi. Appaiono come il frutto di lunghe riflessioni e forse anche di qualche aspro confronto sulla linea da tenere. Nella stessa intervista al Corriere Francesco fa infatti un esplicito passo indietro rispetto a quanto dichiarato ai giornalisti il 2 aprile scorso quando, in volo per Malta, aveva rivelato che «era sul tavolo» una sua visita nella capitale ucraina. «A Kiev per ora non vado — ha invece sostenuto ieri —. Ho inviato il cardinale Michael Czerny, (prefetto del Dicastero per la Promozione dello Sviluppo umano integrale) e il cardinale Konrad Krajewski, (elemosiniere del Papa) che si è recato lì per la quarta volta. Ma io sento che non devo andare. Io prima devo andare a Mosca, prima devo incontrare Putin». È evidente che sotto il profilo diplomatico solo un passo simile potrebbe sbloccare la situazione, poiché sarebbe un riconoscimento di ruolo per il presidente russo, che in tal modo non perderebbe la faccia e potrebbe concedere almeno una tregua.

Al contrario, la visita a Kiev non avrebbe contribuito in alcun modo alla pace in quanto avrebbe solo rafforzato e consacrato l’alleanza anti-Mosca, ribadendo peraltro una posizione filo-Ucraina della Santa Sede già nota e manifestata in più modi. Bene ha fatto dunque papa Francesco a ripensarci e a esporsi, come un pastore implorante. Dietro potrebbe esserci il saggio consiglio del Segretario di Stato, del quale il Papa – sono sue parole – «si fida e si affida».

L’obiettivo resta dunque quello della pace, e non poteva essere diversamente, ma la strategia è rovesciata: non si parte più dagli oppressi, ma dagli invasori. Del resto fu proprio san Francesco, al quale Bergoglio ispira il suo pontificato, a voler incontrare nel 1219, in piena V Crociata, il sultano d’Egitto al-Malik al-Kamil. Non per convertirlo, ma per instaurare un dialogo con il «nemico». Allo stesso punto siamo oggi, con Francesco che non ha in animo di «convertire» Putin, bensì di mettere a tacere le armi, in modo che la parola possa passare alla diplomazia e lo scontro si sposti dalle martoriate città ucraine ai tavoli delle cancellerie.

L’auspicabile visita di Francesco a Mosca rilancerebbe anche il dialogo con la Chiesa russa, bruscamente interrotto dopo le dichiarazioni del Patriarca Kirill, che aveva non solo giustificato ma anche esaltato le scelte di Putin. Anche per lui, dopo le polemiche all’interno della Chiesa ortodossa russa e l’aperto scontro con quella ucraina, la visita del Papa costituirebbe un modo onorevole per fare marcia indietro e riprendere il dialogo con Roma. Ma anche questa al momento è una remota ipotesi. Francesco ne è consapevole e lo chiarisce quando rivela di aver parlato per 40 minuti via zoom con il Patriarca per invitarlo «a non utilizzare il linguaggio della politica, ma quello di Gesù».

Ieri Putin ha avuto un colloquio di due ore con il rieletto presidente francese Macron. Ha dichiarato che la Russia sarebbe ancora disponibile al dialogo con l’Ucraina sebbene fino a oggi – a suo dire – non si sarebbe mostrata ancora pronta per negoziati seri. Finora il «negoziato serio» immaginato da Putin è in sostanza la resa incondizionata. Obiettivo che al momento non appare alla portata, vista sia la resistenza degli ucraini che gli scarsi risultati militari russi. Anche le difficoltà sul campo potrebbero spingere lo zar a dare udienza al Papa, magari prima del 9 maggio, giorno in cui Mosca festeggia la Giornata della vittoria e in cui Putin sognava di poter celebrare anche la disfatta dell’Ucraina. Riconoscere che questo non è stato possibile, per Putin vorrebbe dire ammettere il fallimento della sua politica. Meglio invece sostenere che, da fervido credente quale si mostra, non può non ascoltare la supplica del Papa e che quindi acconsente al cessate il fuoco. Anzi, rendendo pubblica la volontà di andare a Mosca, Francesco potrebbe aver soddisfatto una condizione posta dallo stesso presidente russo. Sia come sia, nelle prossime ore potrebbe esserci un colpo di scena. Come quella volta 60 anni fa.

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