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In Puglia e Basilicata

Lo studio

La Puglia e il Salento uniti e divisi dai dialetti

La Puglia e il Salento uniti e divisi dai dialetti

E nel barese «sciamanin» c’è più il latino che l’arabo: esce un importante studio di Michele Loporcaro per Il Mulino. Un vademecum linguistico

18 Giugno 2022

Lorenzo Tomasin

Inizia oggi la collaborazione con la «Gazzetta» di Lorenzo Tomasin. Veneziano, 47 anni, insegna Filologia romanza all’Università di Losanna ed è accademico della Crusca. Tra i suoi libri più recenti, «Europa romanza. Sette storie linguistiche» (Einaudi, 2021)

Le guide ai dialetti hanno a volte titoli simili a quelli delle guide turistiche: cosicché a prima vista il volume La Puglia e il Salento di Michele Loporcaro (Il Mulino, 264 pagine, euro 28), con la classica veduta dei trulli in copertina, potrebbe passare appunto per una raccolta d’itinerari nelle bellezze visitabili della regione. Ed è invero un vademecum, ma di altra natura: una guida linguistica, insieme classica e originale nell’impianto, con cui la casa editrice bolognese inaugura una serie di analoghe monografie sui dialetti d’Italia. La scelta è felice, perché l’autore – d’origine altamurana, oggi insegna all’Università di Zurigo e alla Scuola Normale Superiore di Pisa – è il più ferrato tra i dialettologi italiani in circolazione. E perché la regione storica e amministrativa della Puglia presenta un bifrontismo linguistico che la rende particolarmente curiosa anche agli occhi del linguista. Puglia e Salento, intesi come parte continentale e parte peninsulare della regione appartengono in effetti a due aree linguistiche distinte (l’alto-meridionale e il meridionale estremo, rispettivamente), e i dialetti urbani di Bari e di Lecce costituiscono i due poli di un caratteristico policentrismo, che fa di questo quadrante una specie d’Italia (dialettale) in miniatura: un’area linguistica in cui la storica omogeneità complessiva si combina con una vivace variazione locale.

I dialetti italiani non sono frutto della deformazione o della corruzione della lingua nazionale; sono piuttosto la continuazione diretta del latino nei territori dell’antica Italia romana, il frutto di una diversificazione locale la cui storia è ininterrotta nei secoli, e corroborata – in questa regione – anche da fatti specifici, quali la prolungata convivenza di latino e greco in un regime di plurisecolare bilinguismo. La distinzione, che normalmente si adotta anche nel linguaggio quotidiano, tra dialetti e lingue dipende dal fatto che i parlanti dei primi riconoscono nelle seconde il punto di riferimento normativo. È insomma una distinzione sociale piuttosto che linguistica, visto che i dialetti sono appunto, di per sé, entità perfettamente autonome (cioè lingue) caratterizzati da strutture e sistemi dei quali si può dare una compiuta illustrazione con l’accuratezza con cui si può descrivere il funzionamento di un orologio automatico (e perfettamente autonomo) smontandolo dalla lancetta fino alla molla o alla staffa più minuta.

È ciò che Loporcaro fa nella parte centrale del libro, in cui anche i non addetti ai lavori potranno inoltrarsi come in un sentiero attrezzato, impervio ma reso sicuro dalla presenza di una guida precisa e meticolosa, pronta a smentire le imprecisioni correnti e le leggende metropolitane, come quella che riconduce il barese scì «andare» (quello del famoso scioglilingua che inizia C g na ma scì, sciamanin…) all’arabo anziché, correttamente, al latino ire.

Il Profilo strutturale dei dialetti di Puglia e Salento (seconda parte del libro, ndr) rende conto di suoni, forme, costrutti e parole dei due gruppi dialettali (pugliese e salentino) valorizzandone le differenze e spiegandone la matrice storica, l’evoluzione e la peculiare distribuzione. Il libro è pensato in primo luogo per un pubblico universitario. Ma anche chi non abbia bisogno di esercizi e verifiche per il controllo dell’apprendimento può usare questo volume per veder più chiaro in una realtà – quella dialettale – che di solito si possiede (se la si possiede) spontaneamente, e si pratica disinvoltamente, ma senza averne una visione teorica razionale e compiuta.

Chi s’interessa alla storia linguistica della regione, poi, potrà trovarla convenientemente descritta in un capitolo che alterna narrazione ed esemplificazione: molti testi antichi e moderni documentano le fasi passate e le stagioni peculiari dei dialetti pugliesi, e Loporcaro ne offre un giudizioso florilegio, utile a un’ulteriore riflessione. Siamo abituati a pensare ai dialetti come a varietà esclusivamente parlate, o magari scritte solo nelle forme artificiose della poesia, della canzone o d’altri simili prodotti artistici. Ma ricordare che i volgari, come li si chiama di solito in età medievale, hanno avuto lunga vita anche in altri scritti, più quotidiani e concreti, come lettere e testi amministrativi, aggiunge corpo e spessore a presenze ben più antiche e più colte di quanto forse a volte non siamo portati a credere.

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