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In Puglia e Basilicata

IL PERSONAGGIO

Nino D’Angelo, tre date pugliesi per «Il poeta che non sa parlare»

Nino D’Angelo, tre date pugliesi per «Il poeta che non sa parlare»

L'artista a Taranto, Brindisi e Bari: «Sono emozionato come al debutto»

01 Marzo 2022

Nicola Morisco

Tre date in Puglia per il cantautore napoletano Nino D’Angelo. Partirà dopodomani, giovedì 3, dal teatro Massimo di Pescara «Poeta che non sa parlare», tournée che toccherà 19 dei maggiori teatri italiani, compreso tre in Puglia: l’Orfeo di Taranto (14 marzo), l’Impero di Brindisi (15 marzo) e il Teatro Team di Bari (23 aprile). I biglietti sono disponibili sul circuito su ticketone.it e nei punti vendita autorizzati. Il tour completa la trilogia del progetto dell’artista napoletano che ha visto ad ottobre scorso la pubblicazione dell’album e del libro (edito da Baldini+Castoldi). Il live, comunque, è l’occasione per ripercorrere la sua carriera artistica, iniziata nel 1976, e, soprattutto, per festeggiare con il suo pubblico i 40 anni dalla pubblicazione del suo primo successo Nu jeans e ‘na maglietta, ma anche il 65esimo compleanno. Sul palco D’Angelo canterà i brani più amati dalla gente sia del periodo del «caschetto», che quello segnato della successiva svolta musicale e dall’impegno. Non mancheranno i brani del suo ultimo album Il Poeta che non sa parlare, pubblicato lo scorso ottobre.
D’Angelo, contento di riabbracciare il suo pubblico?
«Sono emozionato come se dovessi iniziare nuovamente a cantare. È un concerto diverso, perché la gente stava aspettando da due anni di riappropriarsi dei live. Quando a un cantante gli togli l’affetto del pubblico, è una cosa molto triste perché è un momento indispensabile per noi artisti. Spero di essere forte e di non emozionarmi troppo».
Sul palco eseguirà i brani dei momenti cruciali della sua carriera?
«Sì, direi che i passaggi sono fondamentalmente sono tre. Il primo legato agli Anni ‘80, ed è stata una specie di rivoluzione, perché in quel periodo la canzone napoletana era diventata come la serie Gomorra, la canzone della mala. Però, anche se Mario Merola mi aveva definito il suo erede, io non volevo cantare la sceneggiata, ma volevo essere il cantante pop dei giovani che parlava d’amore. Poi, negli Anni ‘90, la scomparsa dei miei genitori e un po’ di depressione, mi hanno portato a cambiare il modo di scrivere canzoni, orientato più sull’amore universale e anche su dolore. Infine la terza fase, segnata dalla canzone Senza giacca e cravatta, in cui mi sono avvicinato alla contaminazione dettata dall’ascolto dei dischi di world music prodotto da Peter Gabriel. Quindi nel live eseguo i brani più rappresentativi del mio percorso artistico: dagli Anni ‘80 ad oggi, compreso i brani dell’ultimo disco».
Avendo calcato alcuni tra i pochi più imperanti al mondo (Olympia di Parigi, Royal Albert Hall di Londra e il Madison Square Garden di New York), si è mai sentito sottovalutato?
«Soprattutto agli inizi, negli Anni ‘80 ero un po’ snobbato, eppure vendevo tanti dischi, riempivo i concerti e mi esibivo in luoghi culto della musica internazionale. Però, in quegli anni in cui mi trattavano con sufficienza, c’era qualche grande artista come Miles Davis che mi stimava, cosa che mi ha cambiato la vita».

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