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La luce tenue del cellulare aprì un piccolo varco nell’oscurità della stanza; uno sguardo pigro e insofferente verso la sveglia confermò che era da poco passata la mezzanotte. Da quando era rimasto solo, Francesco aveva trovato nell’insonnia la compagna prediletta e, sebbene cercasse di attribuirne la responsabilità ai troppi caffè consumati abitualmente sino al tardo pomeriggio, in cuor suo sapeva benissimo che la vera causa andava individuata nell’età. Cosicché, tutte le sere, si sforzava per ritardare in ogni modo il momento di andare a letto, nell’illusione vana che, restando più a lungo in piedi, avrebbe favorito il sopraggiungere del sonno. Quella volta, resosi conto che non c’era nulla da fare, aveva cercato su una web radio un po’ di musica e durante lo zapping sonoro la sua attenzione era stata attratta da un frammento orchestrale.
La musica occupava da sempre uno spazio importante nella sua vita e, quando la ascoltava alla radio, si divertiva a sottoporsi a dei blindfold test: se era jazz, oltre al titolo dei brani, cercava di indovinarne gli interpreti; se invece era classica, si concentrava sullo stile per risalire all’autore, ma quella sera proprio non c’era niente da fare. Sebbene le melodie gli risuonassero a tratti familiari, non immaginava minimamente a chi poterle attribuire. Un bel rompicapo che, in altri tempi, avrebbe contribuito ad alimentare l’insonnia per ore, con i motivi che gli risuonavano continuamente nella testa come in un disco rotto. Provò vanamente a concentrarsi, ma quando gli fu chiaro che il brano fosse prossimo alla conclusione, gettò la spugna e a malincuore si decise a interrogare Shazam.
Il responso giunse rapidamente, producendo lo stesso effetto di un armadio stipato fino all’inverosimile che, una volta aperti gli sportelli, rovescia sul pavimento tutto il proprio contenuto. Appena sullo schermo del cellulare apparve «Richard Strauss, Schlagobers, ballet music», Francesco ruppe il silenzio della notte esclamando «Gislinde!». Era il nome di una ballerina di origini russo tedesche che aveva conosciuto molti anni prima: gli aveva fatto ascoltare la musica di Schlagobers (che tradotto vuol dire «Panna montata»), per coinvolgerlo in una produzione poi rimasta nel libro dei sogni. «Gislinde», ripeteva Francesco sforzandosi di ricordarne il volto e la voce e chiedendosi quanti anni fossero passati dal loro incontro, venticinque… no, troppo pochi, allora trenta…, ma nemmeno, erano quasi quaranta!
Gislinde era arrivata a Bari all’inizio degli Anni ’80 con un Galà di stelle della danza, una formula abbastanza sfruttata in quel periodo. Per lei, che viveva e lavorava a Monaco di Baviera, la città di San Nicola era pressoché sconosciuta; una lacuna peraltro ricambiata, dal momento che, a proposito di «stelle» della danza, il suo era l’unico nome sconosciuto agli appassionati. In realtà non ci sarebbe nemmeno dovuta essere, ma poiché una più nota collega era venuta meno all’improvviso, era stata raccomandata con tanto di ottime credenziali da Igor, un anziano ballerino russo che nell’ultima parte della sua vita si era messo a fare l’organizzatore di eventi.
L’incontro era avvenuto in teatro, dietro le quinte: Francesco, poco più che ventenne, bazzicava da un po’ gli ambienti dello spettacolo. Non aveva ancora deciso cosa fare da grande, ma una cosa gli era ben chiara e cioè che il suo mondo fosse quello. Aggraziata, ma austera, con il suo inglese meno che basico dall’accento alla Sturmtruppen, Gislinde aveva chiesto a Francesco come far ritorno in albergo e lui, un po’ in inglese, un po’ a gesti, aveva cercato di esserle d’aiuto fino a che, dopo aver colto sul viso di lei un’espressione sempre più interrogativa, si era offerto di accompagnarla. Quella gentilezza aveva rotto il ghiaccio: i due si videro ancora, simpatizzarono e uscirono anche assieme approfittando di un giorno di vacanza che Gislinde si era concessa prima di rientrare in Baviera. Ottobre volgeva al termine e le serate erano ancora miti. Francesco non era per niente insensibile a Gislinde, una donna non bellissima, ma dal forte carisma. La sera prima che lei partisse, le propose una fuga in macchina a Polignano e dopo cena, vincendo numerosi tentennamenti, mentre lei era incantata dal panorama della Lama monachile, con la complicità del paesaggio e del vino provò a baciarla senza trovare alcuna resistenza. «Cosa sarà mai un bacio se domani non lo rivedrò più?» dovette pensare Gislinde che di lì a poco, convinta di non correre grandi rischi, lo salutò dicendogli «se un domani vorrai vedere Monaco di Baviera, la mia città, sarò felice di ricambiare la tua ospitalità», certa che quella frase di cortesia non potesse essere compromettente. Cambiò idea un mese dopo quando, con una telefonata perentoria che non ammetteva repliche, Francesco praticamente si autoinvitò a casa sua per le feste natalizie, comunicandole che sarebbe arrivato a Monaco il 27 dicembre.
Francesco giunse in Baviera col treno, il Lecce – Monaco, in uno degli inverni più freddi di quegli anni, al termine di una specie di viaggio della speranza. Appena lasciata la stazione, si diresse in taxi a casa di Gislinde, in Akademiestrasse, una zona semicentrale che negli anni si sarebbe completamente «turchizzata». Gislinde aveva una casa deliziosa in un palazzo anonimo e lo accolse senza celare una punta di imbarazzo: aveva scelto da tempo di essere single ed era la prima volta che ospitava un uomo in quell’appartamento, per giunta uno straniero di dieci anni più giovane di lei. Francesco sapeva benissimo che quel tenero bacio di Polignano non significava nulla e, sebbene intimamente lo desiderasse, non nutriva aspettative. Infatti, una volta accolto l’ospite, Gislinde gli indicò un divano in salotto precisando «tu dormirai qui», per poi aggiungere «siamo nella mia città e qui, a differenza che a Bari, mi conoscono tutti. Frequenteremo i miei amici, ma non andremo in giro per locali, perché non voglio essere paparazzata e finire su qualche giornale».
Francesco accettò di buon grado le regole della casa, che tra l’altro prevedevano anche la sveglia la mattina presto con apertura di tutte le finestre, malgrado la temperatura fosse al di sotto dello zero. Gislinde era sempre gentile e non gli permetteva mai di mettere mano al portafogli; fra di loro non c’era nessun contatto fisico, sebbene, quando la mattina Francesco preparava il caffè e glielo portava in camera, Gislinde lo invitasse a consumarlo con lei sul proprio letto, ma sempre a debita distanza. Le conversazioni tra loro non erano facilissime, ma avevano trovato una maniera di intendersi e, quando proprio il gap linguistico si faceva insormontabile, telefonavano a Igor che, essendo poliglotta, si prestava divertito a fare da interprete dalla sua casa parigina.
La settimana in Baviera trascorse piacevolmente, Gislinde presentava a tutti Francesco come «il mio giovane amico italiano» e lo aveva coinvolto persino in alcune visite di cortesia. Una volta, dovendosi scambiare gli auguri di fine anno con i condomini, lo aveva portato a casa di un grande invalido di guerra, un ex pilota della Luftwaffe hitleriana senza un occhio e con le protesi a entrambe le braccia. Furono ricevuti in un salottino occupato per metà da un enorme albero di Natale costellato di candeline accese, dove Francesco si sentì definire dal padrone di casa «il nostro ex alleato italiano». Un’altra volta, invece, lo aveva portato a casa di Vangelis, un maestro di yoga di origine greca che non faceva proprio nulla per nascondere la propria omosessualità. Al momento del congedo sulla porta di casa, senza mai staccare lo sguardo da Francesco, Vangelis aveva detto a Gislinde qualcosa in tedesco, scoppiando in una fragorosa risata. Giunti in strada, pensando a uno sfottò, Francesco aveva preteso che Gislinde gli traducesse quella conversazione e lei, non senza imbarazzo, gli aveva risposto «mi ha detto: se non te lo fai tu, tornate a trovarmi, che ci provo io…».
Due giorni prima che Francesco ripartisse, Gislinde decise di fargli fare una gita portandolo a Neuschwanstein, per visitare il celebre castello di Ludwig di Baviera che aveva ispirato persino la Disney. Ci andarono in macchina, un’Alfasud e Francesco trovò la cosa molto divertente: un barese in Baviera, in una macchina italiana di proprietà di una ballerina russa… Ma a parte tutto, la giornata non era meno fiabesca del castello: cielo grigio, frequenti nevicate e un paesaggio incantato reso ancora più caratteristico dalle casette e dalle foreste imbiancate. Rimasero fuori tutto il giorno e cenarono in un paesino delizioso, Murnau dove, vinta una iniziale perplessità, Francesco si avventò affamato su uno stufato di capriolo accompagnato da marmellata di lamponi.
Quel giorno Gislinde si era sciolta i capelli che, come tutte le ballerine classiche, era solita tenere raccolti a chignon e la piacevolezza della giornata aveva contribuito a farla sentire più rilassata e ben disposta nei confronti del proprio ospite. Al termine della cena, nella sala riscaldata da un enorme camino e dalle luci soffuse, fu lei a prendere l’iniziativa: afferrò la mano di Francesco – che ormai aveva deposto ogni speranza – e la strinse con decisione, come se dovesse rompergli le dita. «Stanotte – gli disse guardandolo fisso negli occhi – ho bisogno di tutto il tuo calore» e praticamente lo trascinò verso l’ingresso del ristorante che, come Francesco capì soltanto dopo, era una pensione con delle camere. Dormirono lì, in una stanza tutta in legno, anzi, non dormirono proprio…
Ma che fine aveva fatto Gislinde? La domanda interruppe il flusso dei ricordi che avevano travolto la mente di Francesco facendogli persino dimenticare l’insonnia. All’inizio, ogni proposito di tornare a trovarla era naufragato davanti alla costante mancanza di soldi; qualche telefonata, progetti elaborati e mai realizzati, poi nulla più. Francesco riafferrò rapidamente il cellulare e digitò il nome di Gislinde su Google: era certo che lì l’avrebbe trovata e infatti gli apparve dopo pochi istanti. Ne lesse rapidamente il nome accanto a qualcosa che gli sembrava un nuovo indirizzo, pensando che potesse aver lasciato la sua casa di Akademiestrasse, ma subito dopo ad attrarre la sua attenzione fu un dettaglio che gli raggelò il sangue: aveva aperto un sito che si chiamava «findagrave», «trova una tomba» e quello che gli era sembrato un indirizzo in realtà era l’indicazione del campo di sepoltura al Nordfriedhof Munchen, nel quartiere di Schwabing: Gislinde era morta da più di vent’anni, a poco più di 50 anni.
All’improvviso gli occhi di Francesco si fecero pesanti e non ebbe più voglia di leggere altro. Con un nodo alla gola spense la luce e si affidò finalmente alle cure di Morfeo. Mentre prendeva sonno, si rivide affacciato al finestrino del Monaco - Lecce, con i vagoni che cominciavano a muoversi lentamente. Gislinde era in stazione e, mentre il treno si allontanava, lo salutava avvolta nel suo cappotto azzurro diventando sempre più piccola, fino ad apparire come un puntino colorato. Di lì a poco, lei avrebbe ripreso la macchina in perenne divieto di sosta e non si sarebbero più visti, mentre il treno, abbandonata la città, avrebbe riportato Francesco attraverso quel paesaggio innevato che sembrava ricoperto da soffice panna montata. Schlagobers, appunto.

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