Martedì 02 Marzo 2021 | 03:19

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Le mani di Khadim corrono veloci sul pezzo di legno che sta intagliando. Siede ogni giorno in un angolo della via, Kadim, dopo aver steso il logoro cencio su cui poggia i manufatti e i suoi quindici anni.
Poiché il sole d’estate si fa implacabile, è solito spostare l’improvvisata bancarella seguendo la traiettoria dell’ombra, sempre se trova un angolo d’asfalto libero. E se qualcuno insiste a reclamare la zona d’ombra per sé, preferisce allontanarsi, il mite Khadim.
Spesso nugoli di turisti si fermano incuriositi ad osservare l’abilità con cui il ragazzo disegna gli occhi di una gazzella o, con pochi precisi tagli, crea una giraffa. Ma più aumenta la temperatura dell’asfalto più diminuisce quella dei cuori e quasi nessuno si ferma a comprare souvenir. È a quell’ora che, ogni giorno, si avvicinano Ismail e Youssou.
E Khadim prende a raccontare… ho imparato l’arte dell’intaglio da nonno Rasul, nel villaggio di Potou, e quando ho tentato il viaggio verso la Spagna, nonno Rasul mi ha regalato un coltellino, lo scalpello e la lima. Furono le uniche cose che ho portato con me. Dopo che avevano raso al suolo il nostro villaggio non riuscimmo a contare i vivi (molti dispersi), e i morti, ma riuscimmo a seppellire i morti. Mia sorella Samia la portai io stesso tra le braccia, fino alla piccola buca, per il suo gioco eternamente azzurro.
Il nonno fece di tutto per assicurarmi le migliori condizioni di viaggio, mentre lui decise di rimanere al villaggio. Partii all’inizio dell’estate, percorrendo in barca tutto il fiume Gambia, fino a Serekunda, sulle coste atlantiche del Nord.
M’imbarcai su un peschereccio che sarebbe stato in mare per alcune settimane, impegnato in battute di pesca grossa. Poi tornammo a SereKunda e ci preparammo ad affrontare il grande viaggio. Intanto la mia famiglia era riuscita a raggiungermi lì a Serekunda. Fu un giovedì sera, dopo una piccola festa propiziatoria a base di tapioca e stufato,che il peschereccio salpò. Mentre il resto della mia famiglia, di lì a poco, partì su una piccola barca verdognola, più per le alghe che per il colore. Fu una scelta quella di dare a me qualche possibilità in più, essendo io il maggiore dei figli, e questo mi pesava.
A bordo dell’imbarcazione trovai rifugio sul ponte; lì trascorsi giorni e giorni ad ascoltare l’oceano mentre la piccola barca su cui era salita la mia famiglia presto scomparve dietro di me, tra le onde azzurre del limpido Atlantico. Ci saremmo incontrati a Cadice, e di lì avremmo proseguito per Barcellona.
Nelle liquide notti blu, cullato dal mare, rivedevo nello specchio d’acqua i volti di mamma, papà... mio fratello Amodo e, le mie sorelle Aisha e Fatou...
E nei sogni ritrovavo anche nonno Rasul, orgoglioso cantastorie gambiano, intento a pizzicare le corde della korá.
I Griot come nonno Rasul sono molto stimati al villaggio, per l’arte antichissima della parola che possiedono per dono divino e che viene insegnata attraverso il sangue, di padre in figlio.
Molti Griot sono consiglieri di re e potenti, ma nonno Rasul era un Griot speciale, egli diceva sempre che era la korá a renderci speciali.
La sua korá fu costruita da suo padre, con la più grossa zucca che sia mai nata a Potou. Nonno Rasul ne aveva sempre molta cura, accordandola e lucidandola a dovere. E quando iniziava a suonare sembrava che l’armonia danzasse insieme a uomini e cose.
Nell’agitato dormiveglia, quella notte stavo sognando le sinuosità generose delle ragazze di Potou, quando un’onda più alta sollevò il peschereccio. Lo scafo subito ricadde in acqua con un sordo tonfo, e iniziò una bufera infernale.
L’urlo di una donna fu l’ultima cosa che sentii prima di essere inghiottito dall’acqua.
Sapevo nuotare e nuotai fino allo stremo. Dopo qualche ora, sulla spiaggia buia, le onde depositarono tutto ciò che la corrente era riuscita a portare a riva. Vestiti, pezzi di legno, corpi esanimi, cordame, tutti pezzi di un puzzle deposti dalle bianche dita dell’acqua.
All’alba i vivi si riconobbero, e gioirono del sole che stava spuntando. Le lacrime per chi non ce l’aveva fatta andarono lente, silenziosamente al mare.
Iniziai a correre come un forsennato sulla spiaggia.
-Mamma... papà... dove siete?- ripetevo nel ritornello sempre uguale della ricerca.
- Ehi, sapete se la barca piccola ha raggiunto la spiaggia? Sapete qualcosa?
Ma ricevevo solo movimenti di diniego del capo e occhi bassi di risposta. Nessuno aveva notizie della barca d’alghe.
Cercai ansiosamente tra i volti scuri, sperando d’intravederne qualcuno familiare. Solo un’ora dopo riuscii a sapere che era affondata anche la barchetta su cui viaggiava la mia famiglia. Un attimo di vuoto. Ma non c’era tempo nemmeno per il vuoto in quell’istante.
Un folto gruppo si stava preparando a partire. Verso Barcellona, sentii dire dal lungo vociare. C’era movimento come di gran raccolta di masserizie, ma, nella realtà, non c’era nulla da raccattare su quella spiaggia, se non pugni di sabbia intrisa di tenacia. Allora decisi di muovermi anch’io, insieme ad un ragazzo che sembrava poco più grande di me.
Il viaggio durò molte settimane. Di notte ci fermavamo a dormire dietro qualche stazione di servizio o in qualche boschetto ai limiti di una radura, ai piedi di alberi tappezzati di foglie. Quando incrociavamo una fontana era festa, e facevamo provvista d’acqua, scintillante ricchezza mai posseduta a Potou! Per nutrirci usavamo biscotti e scatolette.
Attraversammo tutta la Spagna, con qualche passaggio di fortuna. Finalmente dopo circa un mese raggiungemmo Barcellona. Qui, per necessità, ci dividemmo. E per fortuna io ho incontrato voi...
Sì, erano diventati molto amici, lui, Ismail e Youssou, tutti coetanei, tutti gambiani. Condividevano una piccola capanna alla periferia della città, piccola ma, per loro, accogliente. Fatta di assi inchiodati a sogni, era il loro fragile imprevisto riparo.
Khadim trascorreva le giornate a intagliare e a cercare di avere notizie dei suoi. I giorni passavano e la speranza di rincontrarli si prosciugava come l’acqua di un pozzo ormai sfruttato.
Intanto al villaggio, nonno Rasul, ebbe la notizia del naufragio. I suoi occhi, per un attimo, sembrarono chiudersi, come trafitti da un raggio accecante, come se avesse dovuto restituirli quei suoi occhi di pece, ma fu solo un attimo. Subito il vecchio abbracciò la sua korá e iniziò a comporre una musica. Sembrava musica magica, con le ali ai piedi, come canto di vento veloce.
- Rasul, fermati a riposare. Così ti ammalerai! - si sentì ripetere il vecchio dall’anziana compagna. Ma Rasul era completamente preso dalla sua musica con le ali, non esisteva altro per lui. E da quel momento in poi lui fu della sua musica.
Una sera, a Barcellona, nella capanna di lamiere, giunse un ospite inaspettato. Disse di venire da Potou, ma, alla luce della torcia, di fronte a quel volto fortemente provato forse da un viaggio, Khadim fu certo di non averlo mai visto prima in vita sua.
Parlarono a lungo l’uomo e lui. Forse la sua famiglia era salva, forse era in un’altra nazione o forse era stata rimpatriata. Troppi forse pronunciò l’ospite per riuscire a rasserenare l’animo del ragazzo che, lentamente, ripiombò nel sonno.
Fu svegliato nuovamente, poco dopo, da un canto di straordinaria bellezza che proveniva dall’esterno della casa. Khadim spostò velocemente la lamiera che chiudeva la baracca: c’era nonno Rasul là fuori, che gli sorrideva e lo invitava a danzare. Danzò Khadim, danzò con le ali ai piedi, come su un canto di vento veloce, danzò fino allo stremo, poi cadde addormentato, forse in un unico lungo sogno, mentre il nonno prese a volare sulle ali della sua Korà.
Al mattino qualcuno bussò alla porta.
Le risate gioiose delle sorelline precedettero la voce calda della mamma che lo stava reclamando per l’abbraccio più lungo della sua vita.

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