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Quando ci si abbracciava in politica

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Quando ci si abbracciava in politica

È difficile da raccontare ai giovani d’oggi ed è impossibile non pensarci in questi mesi terribilmente avari di confidenze: per noi figli degli anni ’50 del Novecento, da mamma e papà arrivavano pochi baci e pochi abbracci. C’era una rispettosa distanza generazionale tra gli uni (i figli) che avevano il dovere di andare a scuola con buoni risultati e gli altri (i genitori) ai quali spettava lavorare, cucinare, assistere, curare. Grandi complicità silenziose, ma pochi baci e pochi abbracci; in quegli anni ci erano sconosciute le “confidenze” che abbiamo poi concesso ai nostri figli.

E allora quei baci, quegli abbracci, quegli afflati mancanti in casa, li cercavamo per le strade, nelle piazze con i nostri coetanei.

Chitarre, qualche spinello, cento amori; e poi, per alcuni di noi, l’impegno in politica, le mille manifestazioni, i cortei urlati con quanto fiato avevamo in gola... il lavoro volontario alle Feste dell’Unità.

L’ultima volta della Festa dell’Unità ,a Bari, è stata nel 1993: 150 volontari impegnati per quindici giorni ad allestire, gestire e far vivere un intero “villaggio” alla Pineta di San Francesco. Lo sapevano tutti che era organizzata dal Partito Comunista Italiano, all’epoca già diventato Partito Democratico della Sinistra, ma in città non era solo la festa dei comunisti; era un appuntamento annuale, un po’ come il corteo di San Nicola. Insomma, era nel calendario delle famiglie prima di andare in vacanza.

E fu in quella occasione che mi capitò di fare il responsabile del “villaggio” nella qualità di segretario cittadino del partito. Di prima mattina, ci toccava la raccolta delle forniture per i ristoranti e le pizzerie: patate, cipolle, farina, pane, salumi, vini, tutto quanto necessario per rifornire i punti di ristoro serali; i viveri venivano raccolti e catalogati nel magazzino sotto l’attenta sorveglianza dei compagni più anziani. E poi i contatti con i manager degli artisti (con le loro manie e richieste astruse) che dovevano esibirsi in serata: da Paolo Conte a Roberto Murolo, da Roberto Ottaviano ai Litfiba, da Teresa De Sio a Beppe Barra e tanti altri. Le esigenze di spettacolo dovevano soddisfare i palati più diversi.

Nel primo pomeriggio, partiva l’organizzazione delle attività sportive per i più giovani. In serata, con l’afflusso dei cittadini, si animavano i dibattiti, gli stand dei movimenti femministi, non mancavano le presentazioni di libri immersi fra le bancarelle dell’artigianato: quella era per noi la vera festa popolare della città e la passione, il piacere di stare insieme, i baci, gli abbracci ci aiutavano nell’accogliere, nell’ospitare, nel sentirci uniti. In serata, tutti ci trasformavamo in camerieri: operai, infermieri, studenti, docenti universitari, servivano ai tavoli delle trattorie (c’era anzi una vera e propria gara tra chi serviva più pasti). La gentilezza era d’obbligo e si magnificava il duro lavoro svolto per l’intera giornata da chi restava in cucina. Massima era, poi, l’attenzione organizzativa nei momenti di maggior afflusso in occasione delle visite di personaggi pubblici locali e nazionali. L’ultimo anno, la vera “star” fu il sindaco, Pietro Leonida Laforgia, amato, rispettato e ascoltato da tutti. La sua grande empatia lo portava ad abbracciare tutti, a parlare con tutti.
A fine giornata, immancabile era l’incontro con i responsabili dei vari stand per un bilancio, con lunghe e appassionanti discussioni per correggere eventuali errori nell’organizzazione dei punti-ristoro, per verificare se fosse possibile limare qualcosa al ribasso sui già superpopolari prezzi delle pietanze e valutare a che punto fosse la gara tra i due stand di panzerotti.

Dopo la mezzanotte, arrivavano i compagni più anziani dai paesi della provincia e iniziavano il loro turno di vigilanza perchè tutto filasse a dovere anche durante le ore notturne.
Per combattere al meglio la stanchezza arrivavano provvisti di ogni “bendidio”, insieme ai loro racconti di vita quotidiana.
Per me, il momento più bello: durante quelle serate sono cresciuto ascoltando la narrazione delle lotte bracciantili, dei primi timidi approcci di confronto tra operai e studenti. Insomma, scorreva davanti ai miei occhi la Storia raccontata senza retorica. La mia formazione politica si è arricchita di tolleranza e rispetto per le opinioni degli altri proprio durante quelle serate.
Un abbraccio, al limite della commozione, con uno di quei compagni valeva un pezzo di vita.

E poi arrivava puntuale la grande serata finale con l’estrazione dei biglietti vincenti della Lotteria, il primo o, sempre un’auto, veniva tenuto in bella mostra durante tutta la festa.
E, infine, i saluti con cittadini di ogni ceto sociale, perchè c’erano premi per tutti e, soprattutto, c’erano Toti e Tata a presentare l’estrazione.

Una vera festa di popolo.

La serata finale, chiuso l’ingresso al pubblico, portava con sè le immancabili risate, la malinconia di un evento ormai consumato, ma con la gioia di essere stati insieme.

Ed era così che quegli abbracci, quei baci divenivano complicità tra generazioni, costruivano affetto e consolidavano rapporti di stima destinati a durare una vita.

Per me e per molti della mia generazione, tutti gli anziani erano mamme e papà da cui ci congedavamo con un po’ di magone, ma con la speranza di rivederci.
Oggi, la mascherina, il distanziamento causati dalla pandemia non fanno che riaccendere i ricordi. Tutto questo, però, non mi procura tristezza, ma una rinnovata voglia di socialità che rimandi a quella atmosfera che non era fatta solo di impegno politico.

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