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Quello strano signore con la valigia

Chi ha mai detto che sulla Terra non si possa volare? Con le emozioni può accadere

Quello strano signore con la valigia

Siamo quel che diciamo e quel che non diciamo, siamo anche quel che tacciamo? Un uomo potente e le sue lacrime.
La necessità, a volte fallibile, del farsi vicino da parte di una persona «umile».
Resta il mistero dell'anima imperscrutabile.
Chi ha mai detto che sulla terra non si possa volare? Se si ha a cuore l'emozione dell'altro, può accadere. Il problema non è quello, apparente, della terra. Il problema siamo noi. E però tra noi c’è anche chi vola a terra, sulla terra. Chi vola nel meraviglioso cielo della terra. Chi, pensando di trascinarsi, di strisciare una vita inesistente, invece si libra e irradia poesia. Per volare via. Alla ricerca di cosa nessuno lo sa. Forse dell'altro che vorrebbe ancor più vicino. E cos'è l'amore, se non il desiderio dell'amore stesso?
E allora Jacopo volava già sulla terra, perché sapeva tutto, eppure la sua vita non sarà fonte di certezza, sarà anche interrogazione e dolore. Perché qualche volta si sa e qualche volta non si sa leggere l’anima e tra le anime.
Chi può davvero farlo, d’altronde?
Jacopo lo spazzino (va chiamato così: nulla di male) imparava la vita. A tu per tu con la polvere, quest’uomo piccolo, goffo e meraviglioso raccoglieva dalle vite. Raccoglieva le vite, la vita. Lo faceva adunando (linguaggio militare: la vita è una lotta) i granellini di polvere, immettendoli, infine, nel suo sacchetto più che mai sporco ed emanante impossibili olezzi. Buono, profondamente buono: voleva sentire sempre più vicini i vicini. Col cuore, non solo col corpo. Questa è prossimità. Aveva poi la presunzione di tutto conoscere. La signora tal dei tali e il rapporto difficile col marito? La zia e il nipotino monello?
La bambina sola e dimenticata dal papà e dalla mamma? Sapeva tutto. Lo spazzino sapeva tutto. Spazzava sempre sulla stessa strada, sempre nei paraggi di quel grande caseggiato d’industriali: i «pii possessori di lotti», come li avrebbe chiamati il poeta. Dei loro affari sapeva tutto. Dei loro guai, anche. Tanti guai. Parola mica facile, guai. Di solito sta a significare gli impicci, gravi o meno gravi. E invece, no. Per guai s’intende anche tutt’altro. Vale a dire: le sofferenze, i drammi veri. La sofferenza propria delle persone con la valigetta sempre per mano, con la ventiquattrore come unica, autentica compagna della vita.
La vita e la valigia. C’è chi ci vive, con la valigia. Per viaggiare, per lavoro. Il dramma inizia quando qualcuno comincia a svaligiare, a svaligiarci. L’anima.
E dubbio non c’è: alcuni dei pii possessori, spesso, con l’anima ci giocano, fatalmente vincendo i sentimenti. Loro, sì: trionfo della materia, del nero avere. Lo spazzino sapeva anche tutto questo. Su tutti per lui si stagliava l’imprenditore seduto sulla panchina. Era solo. Lui, abituato al saluto, a certo non autentiche riverenze, era solo e chissà se stesse pensando in quel momento. Sembrava scrutare qualcosa con estrema attenzione. Lo spazzino, che come noto sapeva tutto, gli si avvicina. Avvicinarsi: dimensione per lui necessaria. Avanza da uomo, visto che un uomo, pur se a brandelli apparenti, sa di avere davanti. C’erano dei bambini che giocavano a rincorrersi, ma lui, che pure amava i bambini, preferì avvicinarsi al povero uomo, pur se non uomo povero. Jacopo gli si fece accanto. Gli occhi dell’uomo guardavano verso il basso. Nessuno tra quelli che passava per la villetta sapeva il colore dei suoi occhi. Tra l’altro, individuarne il colore non sarebbe stata impresa facile. Era semplicemente un uomo che piangeva. Uomo con le lacrime e la valigia. Lacrime occultanti l’occhio, non certo il dolore. Che colore mai possono avere le lacrime? Chiedeva, tra sé e sé, Jacopo. Non sono nemmeno bianche, a pensarci.
Anche quella mattina l’imprenditore piangeva. E che piangeva l’avvertivi anche dal solo e rintoccante e vanamente nascosto singhiozzo. Un monotono singhiozzo. Jacopo sapeva tutto. Glielo diceva la sua polvere. Che, si sa, dà dell’attimo di vita, dà di ricordo e di rosa non colta. Anche, quindi, di ciò che poteva essere e non è stato. La polvere è rifiuto, è resto, come no. Ma anche quel certo rimpianto, anche della memoria. Si parla, non a caso, di ricordo annebbiato o, per l’appunto, da rispolverare. Da recuperare. Quell’uomo, da recuperare, aveva una vita intera. E il nostro caro spazzino l’immaginava, anzi lo 'sapeva'.
Ad annidare questa piccola verità era la lacrima. Quest'uomo, magma dell’avere (visto che era il desiderio del possedere a procurargli i maggiori problemi), piangeva.
“Buongiorno!”. Nulla. Ma lo spazzino sapeva del suo perfetto udito. “Buongiorno”, ancora una volta. Arriva la timida e scioccante risposta. “Sa cos’è? È che la morte t’impedisce persino il saluto”, disse l’uomo con le lacrime. “Ma lei non mi sembra mica morto”, ribatte, quasi tonto, Jacopo. Silenzio. Poi: “Perché, davvero una persona intelligente come lei crede che il morto sia solo quello serrato in una cassa di legno?”. E ancora: “Lo sa che il rosso è anche il colore della vergogna? E che io sono un morto?”. Morto di vergogna, quindi. I suoi occhi cominciarono a raccontare. Le vite spezzate, le speranze infrante, innocenti sorrisi travolti in un inesauribile mar di cattiveria. E, ora, le lacrime: quelle dominavano, gli dominavano la parvenza di vita che era ormai costretto a vivere. Lui, al solito, dominava. Ora, no. “L’aquilone, un giorno, si spezzò e fu l’inizio della fine”, disse, prima di andar via, l’imprenditore con la valigia. Il sospetto. Nella mente di Jacopo s’avanzò un sospetto. Chissà. Aria e sole. Sole nell’aria. Quella mattina il sole imperava nel cielo. Le nuvole, anch'esse, c’erano. Il cielo è bello anche con le nuvole. Il cielo sereno non è senza nuvole. È quello che le sa far sue senza inutili drammi. Sereno, con le nuvole: così era il cielo, la mattina in cui l’imprenditore morì.
Tre. In tre minuti l’imprenditore con la valigia gli aveva cambiato la vita. Jacopo, insomma, sapeva tutto. Lo abbiamo detto. Ma una cosa non sapeva. Aveva sempre sentito parlare della morte beffarda. Di come essa, spesso, giunga inaspettata. O come colpisca chi non s’ha da colpire, come quando la morte si porta via con sé i santi. Gli uomini santi. L’imprenditore con le lacrime e la valigia era morto. Morendo, aveva sconvolto il raccattatore di polvere. Viveva il consumo, Jacopo (e chi poteva farlo più di lui, visto che la polvere è anche il vissuto), ma, lui che pure sapeva tutto, non sapeva le ragioni della morte del signorotto che così severamente gli aveva parlato. Figura misteriosa ed inquietante. Bagnato, di lacrime vere, perché, l’aveva detto, l’aquilone, un dì, si spezzò e il sogno s’infranse. Lui, fino a poco tempo prima informatissimo sulla vita e le vite dei facoltosi abitanti del ricco quartiere, lui, ora, non sapeva più nulla. Lui, che sapeva tutto, non sapeva nulla.
Non sapeva davvero più nulla. Tutto e nulla. Nulla e tutto. O, meglio, dal tutto al nulla. Un dialogo, un solo sentir la lacrima parlare, l’aveva portato alla disperazione.
«La morte t’impedisce persino il saluto», «davvero una persona intelligente come lei crede che il morto sia solo quello serrato in una cassa di legno?», «lo sa che il rosso è anche il colore della vergogna? E che io sono un morto?».
Ma cosa mai voleva dire quell’uomo? Che non fosse mai felice, lo sapeva. E, forse, si sapeva. Ma tutte quelle altre cose? E l’aquilone che si spezza cosa vorrà mai dire? Un sogno svanito nel nulla? Un matrimonio fallito? Un affare andato a male?
E poi perché la vergogna? Che ne era, allora, dell’uomo che, anni prima, paventava la piccolezza, la dolcezza, preferendo la brillantezza del mastodontico? Di lui, infatti, credeva di saper tutto. Sapeva, ad esempio, della sua professione. Sapeva anche il suo nome. Sapeva, sì, del suo matrimonio andato a male con una notissima cardiologa della città, ma, insomma, erano quelle parole a porgli degli interrogativi.
Sì, tra una manciata di polvere e l’altra, il pensiero, spesso fisso, non poteva che essere rivolto a quel mistero d’uomo sgranatosi davanti ai suoi occhi e al suo cuore. La polvere. La guardava, ogni tanto.
Oltre al gesto meccanico del raccoglierla e scaraventarla nel suo cestinetto, la esaminava attentamente, quasi investigandovi. Vi intuiva della vita. Grigia e sporca, la polvere puzzava di vita. Ché la vita, spesso, può anche puzzare. Come la morte, proprio come la morte. La vita, effettivamente, poteva odorare alla stessa guisa della morte.
La polvere, allora, dava di vita e di morte insieme. Della morte nella vita più che della morte della vita. Capì solo allora che – vita e morte per una volta complici – un uomo potesse vivere da morto.
Che potesse, quindi, confessare il suo vivere morendo. Nella polvere di un io sgretolato. Così l’imprenditore con la valigia. Un dottore al parco gli si avvicinò e gli disse: «Pressione bassa, per il resto sta benone. Si riprenderà in pieno». Eppure davvero l’imprenditore gli sembrava morto. Dopo quelle parole fatidiche, dopo aver detto: «l’aquilone si spezzò e fu l’inizio della fine», il nostro Jacopo non riuscì a scorgerlo per alcuni minuti, nonostante lo stesse seguendo e quasi spiando. Poi lo rivide. Eccome se lo rivide. Era a terra, come morto.
«Un forte calo di pressione, per me era già da ricovero giorni prima», avrebbe poi detto un altro medico dell’ospedale cittadino dove, grazie alla sua piccola auto, lo spazzino aveva portato l’uomo sempre più in preda alle lacrime.
«Ha visto, glielo avevo detto che l’aquilone s’era ormai frammentato del tutto», disse il signore a Jacopo. «Non c’è nulla da fare: io sono morto, io sono un morto», continuò dopo alcuni secondi di un silenzio che parve eterno. Grifagna tiritera. Questa storia della morte parlante iniziava ad inquietare Jacopo. Il morto che allo stesso tempo dicesse di sé non lo spaventava, no. Solo, gli poneva qualche giustificabile interrogativo. Il tutto gli sembrava ormai una cantilena, terribile e minace. Il perché è presto detto. Lui pensava di sapere tutto. E invece quelle parole lo mettevano in imbarazzante crisi. Erano coscienza di una fallibilità.
«Stia bene», gli fece, con antica eleganza, sull’uscio dell’entrata dell’ospedale, il signore, prima di consegnarsi ai medici.
Questa volta fu Jacopo a non rispondere. Lui, sognatore, eterea figura di spazzino, il nostro Jacopo, da tutti amato – soprattutto dai bambini – per la sua fanciulla gentilezza, ora neanche salutava. Sembrava che la morte avesse colpito anche lui, se è vero che la sensazione di morte leva anche il rispetto e il saluto, come gli aveva fatto capire l’uomo con la valigia e le lacrime.
«Mi rivedrà, presto mi rivedrà. Glielo assicuro che mi rivedrà».
Fu l’imprenditore a dirgli queste cose, un attimo prima di salire sull’automobile che lo aspettava, fuori l'ospedale, dopo la visita. Mistero degli sguardi e delle parole.
Poi finì il giorno. Lo spazzino aveva perso parecchio del suo tempo seguendo le sventure del signore che da sempre vedeva passeggiare nella villetta, ma che non sapeva fosse morto, uscendo tuttavia dall'ospedale vivo.
L’indomani faceva freddo. Il cielo, ora, più che mai nero. Come ogni mattina, lo spazzino ritornò nella villetta. Si avvicinò al posto di solito occupato dal signore. La valigia era lì, sola sulla panchina. Bagnata e grigia.
Erano le lacrime, era la polvere. La vita è in ciò che resta e Jacopo, parlando con quel signore, aveva provato a farne tesoro.
«Mi rivedrà, presto mi rivedrà».
Davvero Jacopo aveva rivisto il signore con la valigia.

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