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Questa è la storia (?) di un sognatore (??). Risale, per il suo inizio, a oltre ottanta anni fa.
Il sognatore sognava … il sogno più ricorrente e più desiderato era quello di scendere uno scalone della casa dove abitava … senza poggiare i piedi per terra. Una volta provò a ricordarlo per iscritto. Forse ci riuscì, ma, nelle pieghe temporali, ciò che scrisse si nascose e poi scomparve.
Gli piaceva guardare il soffitto della stanza col tavolo grande, quello ricoperto da una tela dipinta. Questa, in un tondo centrale, rappresentava un’aquila con le ali spiegate … ecco, ancora il volo!
Un giorno la raggiunse con un cono di carta appuntito sparato verso l’alto soffiando in un tubo come se fosse una cerbottana. Il proiettile rimase conficcato nell’azzurro del cielo che faceva da sfondo al nobile uccello; fu seguito da altri proiettili.
Collezionò, collezionò tante cose, con una forte preferenza per le cartoline illustrate.
Giocò molto, quasi sempre da solo, arrivando perfino a costruire oggetti che inquadrava in contesti immaginari, spesso sportivi. Piccole monete di plastica (erano una delle sue collezioni) arrivarono a gareggiare in piste olimpiche tracciate su assi di legno. Faceva statistiche, con tabelle e grafici, dei risultati conseguiti dai suoi «atleti».
A scuola ebbe problemi con una docente di francese, ma quella lingua gli piaceva; riuscì anche a comporre poesie proprio usandola; divenne anche esperto di Latino, materia dolente e negativa dei suoi studi. Prediligeva lo scrivere in italiano.
Una volta la professoressa liceale, proprio quella che lo affliggeva col Latino, lesse, per premio, un suo tema sul Lavoro: «Il Lavoro, tutti lavorano; c’è l’operaio, c’è l’impiegato, c’è l’artigiano, c’è l’insegnante … ».
Quando diventò l’uomo più adulto di casa pensò anche alla morte e sognò di «dimagrire fino al teschio» mentre i vermi «da lui stesso partoriti» danzavano intorno cantando «brindiamo, brindiamo, il pranzo è servito!».
Continuò a scrivere e a sognare; dovette abbandonare la sua prima casa, non dopo essersi impegnato in uno struggente saluto:
«Per la prima volta da tanto
vedo la mia vecchia casa:
ci ho vissuto tanti anni
prima di abbandonarla,
ma oggi la vedo per la prima volta:
sono state le frecce di carta
infisse nel corpo dell’aquila
dipinta sull’alto soffitto:
sono state le grandi ferite
dei muri intrisi di pioggia
e il tremito dei pavimenti ai passi;
sono state le rovine degli addobbi
che formano un lago di rifiuti
pronto ad inghiottirne altri.

Addio muri, gonfie pareti,
ricordi senza ricordo.
Presto le ore chiuderanno il sipario
sul nostro amore:
il vostro,
silenzioso e fedele sempre;
il mio,
ingrato e tardivo».
Quando il mondo dei suoi sogni e quello delle sue collezioni sembrarono perdere gran parte della loro importanza, gli giunsero, mentre era per strada e quasi senza che le pensasse, alcune parole.
Si trattava di sedici versi divisi in quartine, tutti in endecasillabi e a rima alterna:

«Era una notte piena di illusioni,
la notte senza luna e senza stelle,
quando mi sussurravano canzoni
per le quali tremava la mia pelle.

Era una notte piena di tristezza,
la notte senza sole e senza vita,
quando quelle parole di dolcezza
bruciavano dal cuore sulle dita.

Era una notte? Non lo so più dire,
soltanto un sogno mi portava in volo
parole che mai più potrò sentire
di silenzi mai uditi: io solo.

Io, solo, mi sentivo trasportato
verso una vita fra la tanta gente,
verso quel mondo da me tanto odiato,
verso la fine del mio grande niente».
Li scrisse e li intitolò inizialmente LA NOTTE; successivamente aggiunse il sottotitolo L’ULTIMO CANTO DI UN NON NATO.
Ripensò molte volte a quelle parole e giunse a poterle ripetere a memoria. Ne osservò con attenzione i particolari: riteneva cosa molto interessante il succedersi, negli ultimi tre versi, di altrettante parole:

UNA che è un articolo indeterminativo, generalizzante;
QUEL che è un aggettivo determinativo, meno generalizzante di UNA,
LA che è articolo determinativo, più individualizzante di UNA e di QUEL nel senso della particolarizzazione che porta alla parola NIENTE.
Amava molto la grafica e, quando raggiunse l’età di sessanta anni, ebbe come regalo dalla moglie, compagna di sempre, la pubblicazione di alcuni suoi scritti.
La intitolò proprio NIENTE e con le lettere di quest’ultima parola creò quasi una tavola parolibera futurista.
Tra i disegni usati come illustrazioni inserì un suo disegno, intitolato «La realtà delle fiabe», che segnava il ritorno, o meglio la continua presenza del volo nei suoi sogni.
Viene da chiedersi: di chi si tratta?
Posso rispondere: «non lo so» oppure «io, sono io … da niente a niente».

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