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Quelle scorie nucleari nel set a cielo aperto

«Oggi i maggiori progetti cinematografici italiani prendono in considerazione la scena pugliese prima di ogni altra. Qui si trovano in abbondanza risorse del patrimonio ambientale e culturale, la luce giusta (sì, la luce!)...»

Quelle scorie nucleari nel set a cielo aperto

La pandemia non ci ha resi migliori ma abbiamo la speranza che ci abbia resi più consapevoli. Sappiamo che quando facciamo delle scelte sbagliate, le conseguenze di quelle scelte saranno a carico nostro e che il mondo globalizzato non ammette la possibilità di uno scarica barile. E vengo al punto. Il barile. Quello pieno di scorie nucleari radioattive che in questi giorni si sta «scegliendo» di inviare in uno dei luoghi più suggestivi di Puglia. Una regione che già da diversi anni ha scelto di percorrere la strada dello sviluppo sostenibile. Oggi sappiamo che la parola «sostenibile» deve essere compresa nel suo valore ecosistemico e che la separazione è un’invenzione mentale, un concetto che la terra intesa come organismo vivente non riconosce. Da diversi anni in Puglia si è scelto di puntare sulla valorizzazione attiva del patrimonio attraverso la cultura, il turismo lento, la rigenerazione dei paesaggi e dei centri abitati, intesa principalmente nella sua componente socio-culturale ed educativa. Il cinema ne è divenuto l’emblema, il punto di massima espressione e visibilità.

Oggi i maggiori progetti cinematografici italiani prendono in considerazione la scena pugliese prima di ogni altra. Qui si trovano in abbondanza risorse del patrimonio ambientale e culturale, la luce giusta (sì, la luce!), le giuste competenze, la forte volontà e il sostegno dei decisori politici regionali. Si trova un territorio maturo che si sta candidando a diventare il maggiore centro di produzione cinematografica in Italia. Questo perché le scelte fatte e i risultati ottenuti, invogliano a proseguire nel solco della sostenibilità e rilanciare gli investimenti a favore del comparto produttivo. Ma torniamo al “barile”. Nella zona in cui si vorrebbero scaricare i barili (radioattivi), sono nati in questi ultimi due anni (tanto per circoscrivere la riflessione) tanti meravigliosi progetti cinematografici. Quei film che portano il brand Puglia in giro per il mondo e ricordano che quel brand non è un’invenzione, un concetto, ma è un ecosistema culturale, economico, ambientale, paesaggistico, identitario, per il quale noi tutti lavoriamo duramente per nutrirlo e farlo crescere.

Ecosistema che trae la sua genesi in quel Genius Loci di cui tanto si parla e che non esiste a priori ma esiste perché i suoi abitanti contribuiscono a formarlo. Nel tempo. Quando il maestro francese Bruno Dumont è venuto l’anno scorso a girare il suo ultimo film sull’alta Murgia, lo ha fatto non solo per ragioni di opportunità economica (per quello ci sono tanti territori anche più attrattivi). Evidentemente ha trovato qui un nutrimento per la sua arte. Di cosa è composto tale nutrimento? Sarà forse il Genius Loci di Puglia? Lo spirito del luogo che attinge dai nostri sentimenti, desideri, emozioni, aspirazioni, speranze, fino a diventarne anima. In quel territorio la cui narrazione ci entra nel sangue quando divertiti ci identifichiamo con i personaggi di Luca Medici, alias Checco Zalone, che in «Tolo Tolo» l’anno scorso ne ha fatto emergere lo spirito di miseria e nobiltà. Cosi faremo quando la pandemia ci permetterà di riaprire i templi della narrazione, cinema e teatri, e potremo vedere fra gli altri l’ultimo lavoro di Gennaro Nunziante 'Belli Ciao' con Pio e Amedeo, che sarà girato quest’anno da quelle parti.
È accaduto poi che per le riprese dell’ultimo 007, «No time to die», a Gravina e Matera, lo spirito di quel territorio si sia destato, spingendo gli abitanti a cambiare la percezione che essi stessi avevano del proprio patrimonio culturale e identitario.

Quando durante il Super bowl americano è stato mandato il teaser del film e 150 milioni di persone hanno visto in contemporanea Daniel Craig gettarsi dal ponte dell’acquedotto di Gravina, tutti noi abbiamo fatto un salto (quantico) percettivo nella nostra coscienza culturale. Lo stesso «ponte-star» di Gravina che è stato attraversato dalle macchine da presa dell’ultimo film di Matteo Garrone, Pinocchio, che in quel pezzo di Puglia ha trovato affinità espressiva e intensità di visone. Film (e territorio) acclamato nei maggiori festival di tutto il mondo. Potrei continuare elencando i titoli dei film che sono nati e che stanno nascendo proprio lì a Gravina, in Alta Murgia, ad Altamura (quello che si vorrebbe rendere una discarica di scorie radioattive racchiuse in barili da scaricare a qualcuno). Ma finirò con un ultimo bellissimo progetto in corso di realizzazione, una serie western dal titolo «Quella sporca sacca nera», prodotta da Palomar per la TV. I produttori, la scenografa, il regista, noi di AFC, gli uffici regionali, abbiamo lavorato duramente per la realizzazione di questo progetto che sta portando nella nostra regione investimenti privati e occupazione, oltreché crescita professionale e acquisizione di nuove competenze. Chiudo con questa serie Western perché oltre alle azioni, al duro lavoro e alle competenze messe in campo per farci arrivare fin qui, ci sia anche la speranza e la fiducia nelle istituzioni, affinché questo territorio continui ad essere terra di cinema. Una terra il cui meraviglioso e variegato paesaggio può addirittura prestarsi alle riprese di un film western ma che non diventi mai terra di nessuno.

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