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Mai avrei immaginato che tu fossi nato a Bitetto il 12 settembre ‘65, nonché a Ruvo di Puglia, dato che le citazioni divergono sulla stessa Treccani.
«Eh, e manco io. Anzi meno male che almeno a te il dubbio è venuto: sono nato a Bari, Bari, a Bari, scrivilo grosso per favore: Gennaro “Uccio” De Santis non è nato a Bitetto e neppure a Binetto, non c’entra manco per niente con i ruvesi. Sono andato a correggere un sacco di volte su Wikipedia, l’enciclopedia online, e in altri siti e per un po’ la città nativa rimaneva esatta. Dopo di che, boh?, il sistema ritornava su, nato a Bitetto, a Ruvo. Lo sai spiegare tu? Capisci tu?».

Io no, in quanto detesto il digitale e conservo sinapsi rigidamente analogiche. Tuttavia la realtà oggi si è trasferita sul web. Conta quella: anche non vera, è vera.
«E che devo dire più. I primi tre anni ho abitato nel capoluogo su via Fratelli Rosselli vicino alla sede di Rai Puglia, poi con la famiglia ci siamo trasferiti a Poggiofranco, viale Kennedy. Il nostro era l’ultimo palazzo che guardava la campagna verso la facoltà di Economia e commercio. Forse il malinteso anagrafico deriva dal fatto che vivo a Bitetto da quando mi sono sposato: mia moglie, Dora Dileo, è di lì. Lavora nell’azienda di famiglia, abbiamo due figlie, Simona, 24 anni, e Roberta, 23, che ha seguito la mia strada studiando cinema a Los Angeles».

Vabbè, io comunque scrivo che sei bitettese, così non mi diranno che racconto fesserie. Anzi potrei collocare la tua Natività a Conversano, visto che tu e la ciurma Mudù siete ormai cittadini acquisiti del bellissimo feudo del Conte.
«E no, e no, e qui casca l’asino di nuovo. Noi non facciamo niente a Conversano: io praticamente campo metà dell’anno a Matera, pur avendo studio a Bari Poggiofranco. Ci trasmette Telenorba, certamente, ma all’emittente di Conversano noi consegniamo il prodotto pronto. Sono io che produco, facciamo noi Mudù e non da oggi: tutto è nato in Basilicata, là vengono montati i filmati, e anche il regista Vito Cea è materano, sempre lui, fin dall’inizio. Con la Rvm di cui è socio realizzammo le prime riprese, poi la seconda edizione, la terza, e così fino al Mudù 9 che è terminato a fine dicembre. Squadra vincente non si cambia».

E io che vi facevo abitanti di Montronia.
«Montronia..? Cioè? Ah-ah-ah…».

Montronia, il polo televisivo creato a Cumbrsn, cioè Conversano, da Luca Montrone.
«Montronia… Eh-eh-eh. È innegabile che sia stata Telenorba a darci la fama. Ma da qualche anno agli sforzi e all’effetto mediatico della tv va aggiunta una novità sostanziale: internet, i social, con due milioni di follower sul solo Facebook, che ci hanno aperto un mercato perenne, che resta là a trasmissione gratuita e disponibile sempre, valicando il bacino di utenza della Puglia, Basilicata e Molise. Fino al punto che veniamo chiamati a Milano, Genova, Torino. Abbiamo girato in location come Savoca, Bar Vitelli, leggendario per le scene del Padrino. E tenuto spettacoli sold out al Brancaccio di Roma, Palermo, Venezia, ovunque. La notorietà che conquistiamo man mano pure su YouTube ci aiuta peraltro a ottimizzare i costi. Veniamo invitati e ospitati nella penisola per effettuare riprese, offrendo in cambio visibilità a luoghi stupendi. Le nostre barzellette sceneggiate acquistano un effetto maggiore quando ambientate in un posto ameno e sempre diverso».

Che poi mi spiegherai com’è nata la formula magica che da vent’anni garantisce un inaffondabile successo.
«Prima del Mudù, dei film, delle trasmissioni con Gerry Scotti, Natalia Estrada, Gigi Sabani ed Ezio Greggio mi muovevo da tempo nello spettacolo, prove attoriali, Miss Italia in Puglia con Enzo Zambetta. Poi partecipai ad alcune edizioni di La sai l’ultima? su Canale 5, 1997, 1998 e in appuntamenti seguenti. Andò molto bene. Per quanto fossi un esordiente come raccontatore di barzellette vinsi il Premio Gino Bramieri. Desideroso di emergere, bussavo a tante porte, e a quella di Telenorba con frequenza insistente. Mi proponevo per la cosiddetta fascia comica in cui rientravano Toti & Tata, Manuel & Manuel, primo pomeriggio con replica alle 23. Finché Piera Miscuglio mi disse: devi inventare qualcosa che sia cucito su di te. Il cervello incominciò a ribollirmi nella testa, tornando a Bari da Conversano mi fermai in una stazione di servizio per fare benzina. Ristetti e partorii: barzellette, ecco, barzellette, le ho raccontate su Canale 5, dunque perché non riproporle sviluppandole però su sceneggiature flash?».

E Mudù dal 2000 fa dissestare le mascelle dei telespettatori norbensi.
«Sì ma con uno sviluppo graduale. In principio utilizzavo ogni volta attori diversi. Ma i costi lievitavano parecchio. Passai perciò a due o tre puntate con uguale soggetto e man mano il primo cast Mudù si andò definendo. Tanti dei primi mesi hanno intrapreso altre vie. Alcuni se li è portati via il destino: Gianni Petrone, elettricista più bravo di un professionista direi, Gaetano Porcelli, Mariolina De Fano, grandissima. E altri sono ancora qui, entrati nella ciurma fin dai primi mesi».

Cito Umberto Sardella, Lella Mastropasqua, Luigia Caringella, Antonella Genga, Annabella Giordano, Emanuele Tartanone, Anna Gallo, Donato Francone, Pino Fusco, Franco Paltera, Max Diele, Dana Ceci, Giacinto Lucariello…
«Sì, e poi altri ottimi interpreti, oltre ai principali. Ogni anno penso: bene, questa è l’ultima edizione del Mudù. E ogni volta mi preparo a ripetere questa frase per l’anno seguente. I personaggi più amati sono il carabiniere, che ci ha fatto ricevere il plauso dell’Arma stessa, il medico, il prete, il comandante di nave. Ma quelle scenette richiedono una fatica notevole. Senza la passione non reggeremmo fino a 12 ore di riprese al giorno, dalla Val d’Aosta all’isola di Favignana, dalla Riserva dello Zingaro alle Tremiti splendide, Taormina, Campitello Matese. Fino alle otto crociere con la MSC con cui abbiamo avviato una collaborazione e nel cui contesto ho ambientato due episodi lunghi con trama sviluppata su barzellette, base di un progetto sempre più vicino: il film. Corro come una trottola, dal 10 marzo a maggio sono andato a Matera ogni mattina alle 8 con rientro ore 20. Ogni puntata richiede quattro o cinque giorni di lavoro, perciò mi sono imposto sveglia alle 4.30, doccia, colazione, alle 5.30 in viaggio con autocertificazione. E a quest’impegno aggiungi i tamponi che a causa del Covid 19 organizzo per i set, gli spettacoli da solo o con il gruppo».

Fatica ripagata da un prodotto vincente. Semplice, naturale, popolare intrinsecamente: Mudù, ovvero i Pooh della comicità pugliese.
«I Pooh. Sì, però non credere. Il nostro humor è popolare ma mai volgare e per questo cattura anche il notaio, il docente universitario, l’anziano e il bambino che canta sigle e stacchetti country o tirolesi. Ho consultato un pediatra per comprendere la predilezione dei piccoli fan scatenatissimi».

Inoltre hai un volto pulito e vitale, plastico nel paraculesco.
«Ciò che faccio oggi ho voluto farlo sempre. Presi la specialità in attore quand’ero negli scout, con prima esibizione in Calabria, Frassineto. Facevo l’animatore nei villaggi turistici, proponevo spettacolini. Per la parrocchia, nel capannone attiguo, raccoglievo offerte esibendomi come Fachiro Uccinì su vetri veri. Ho due sorelle, Laura e Giulia, un fratello Antonio che sta in pubblicità e collabora alla scrittura delle scene. Ho una madre, Angela, casalinga, e ho avuto un padre Francesco, morto nel 2003, medico Inail, nonché del fondista di nuoto Paolo Pinto: io stesso ho attraversato lo Stretto di Messina. Voleva un figlio che svolgesse il suo mestiere. Finché un giorno si rese conto che per ottenere un viatico quando occorreva, bastava che dicesse: sono il papà di Uccio De Santis. E fu contento».

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