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In questi giorni così mesti due documentari possono evocare certi caratteri italiani, evidenti soprattutto nei momenti difficili: la caparbietà e l’energia, il talento e l’estro. In programma oggi alla Festa del Cinema di Roma, i film sono entrambi diretti da autori pugliesi: Vera & Giuliano di Fabrizio Corallo è dedicato al regista nonagenario Giuliano Montaldo e alla sua compagna di vita e lavoro Vera Pescarolo; Alida di Mimmo Verdesca è un ritratto storico e sentimentale della Valli, alla cui sceneggiatura ha contribuito Pierpaolo De Mejo, nipote della diva originaria di Pola (quando l’Istria era italiana), scomparsa ottantaquattrenne nel 2006. I percorsi dei rispettivi protagonisti non si incrociarono sul set, se non 1993 durante le riprese di Il lungo silenzio di Margarethe von Trotta, scritto e prodotto da Felice Laudadio, un dramma che racconta la vita difficile delle mogli dei magistrati in prima linea contro la mafia e che allinea nel cast sia Valli sia Montaldo. Lo spirito non meramente celebrativo rende interessanti i due lavori per una platea ben più ampia di quella dei cinefili da festival. Del resto per Alida, già selezionato fra i titoli di Cannes Classics 2020, è prevista un’uscita-evento nelle sale il 16, 17 e 18 novembre, distribuito da Istituto Luce Cinecittà, che al pari di Rai Teche è uno degli archivi in cui sono custoditi i preziosi materiali di repertorio.

Fabrizio Corallo, giornalista cinematografico di lungo corso, ha rinverdito il genere della biografia documentaria concependo in anni recenti profili di Dino Risi, Vittorio Gassman e Alberto Sordi. Ma stavolta Vera & Giuliano, ideato da Rai Cinema, è qualcosa di più o di diverso: è il racconto di una storia d’amore cominciata quasi sessant’anni fa e che tutt’oggi vibra di progetti e sogni comuni, come quello di tornare in Mongolia dove la coppia trascorse mesi faticosi e felicissimi per le riprese di Marco Polo diretto da Montaldo nell’81, un successo Rai venduto in mezzo mondo e suggellato da un premio Emmy, l’Oscar della Tv. La passione fra i due nasce da un colpo di fulmine nell’ufficio del produttore Leo Pescarolo, fratello di Vera, che si chiama come la mamma, Vera Vergani, attrice teatrale e del cinema muto negli Anni ’10-20 del secolo scorso, ammiratissima Oltreoceano. La Vergani conobbe il comandante di Marina Leonardo Pescarolo durante una traversata atlantica e per amore abbandonò le scene (era la sorella del giornalista e scrittore Orio Vergani). Una bella storia di famiglia cui nel film contribuiscono con le loro testimonianze la figlia Elisabetta Montaldo, artista, e Inti Carboni, il figlio di Elisabetta, oggi produttore e aiuto regista, stretto collaboratore dei nonni sul set.

Ma nel documentario di Corallo affiora alla ribalta pure il milieu vitale, ironico e politicamente impegnato del cinema italiano fin dagli Anni ’50 in cui Montaldo, «marziano genovese a Roma» - per dirla con il titolo dell’autobiografia scritta qualche anno fa insieme alla studiosa Caterina Taricano - trova ospitalità nella casa di Gillo Pontecorvo in via Massaciuccoli nel quartiere Trieste della Capitale, una sorta di «comune» in cui vivevano tra gli altri il regista Franco Giraldi e il critico Callisto Cosulich. Giovanissimo partigiano nella sua Liguria, Montaldo debutta come attore quasi per caso nel 1951 quando Carlo Lizzani lo sceglie per Achtung! Banditi! insieme a Gina Lollobrigida, da cui era impossibile non restare abbagliati. Le foto sul set mostrano un bel ragazzone, che oggi diremmo abbastanza somigliante a Nicholas Cage, il nipote di Francis Ford Coppola, il quale sarà poi il protagonista di Tempo di uccidere tratto dall’omonimo romanzo di Ennio Flaiano sulla guerra d’Africa, diretto da Montaldo nell’89.

Invece l’esordio da regista del Nostro è un fiasco, sebbene il film resti bellissimo, Tiro al piccione (1961), ritratto di un giovane fascista della Repubblica di Salò e della sua tormentata presa di coscienza, uno scandaglio delle ragioni di un ragazzo «dalla parte del torto». Seguiranno altri titoli memorabili, tra cui va ricordato almeno Sacco e Vanzetti del 1971, la ricostruzione del tragico caso giudiziario che portò all’illegale condanna a morte dei due anarchici italiani nell’America del 1927. Il film fruttò il premio di Cannes per il miglior attore al barese Riccardo Cucciola nel ruolo del pugliese Nicola Sacco (mentre Volontè interpreta il piemontese Bartolomeo Vanzetti) e diventò un simbolo della contestazione giovanile anche in virtù della celeberrima ballata Here’s to You composta da Ennio Morricone. A cantarla è la soave e battagliera Joan Baez, che Montaldo conobbe all’indomani del suo arrivo a New York grazie ai buoni uffici del giornalista Furio Colombo.

Ricordi e racconti non meno affascinanti scandiscono Alida, dalle stagioni dei «Telefoni bianchi» durante il fascismo al cinema ribelle dei giovani maestri Dario Argento, Marco Tullio Giordana, Bernardo e Giuseppe Bertolucci, Giancarlo Zagni (che fu partner dell’attrice per alcuni anni). Già, la Valli diva neppure diciottenne. Musa fra l’Europa e Hollywood di giganti quali Visconti, Hitchcock, Welles, Pasolini... Madre e nonna affettuosissima, nonché compagna fedele dei suoi rari autentici amori («Ne ho avuti tre»), persino dopo la relazione da poco finita con Piero Piccioni, quando il compositore fu coinvolto nello scandalo dell’omicidio Montesi.

Alida Valli è un canone di bellezza moderna oltre il Piccolo mondo antico del film di Mario Soldati che la consacrò; è «una delle navi più belle che passano nella notte», come la definisce Vanessa Redgrave. «Aveva il dono di un alone di mistero» – aggiunge Charlotte Rampling. Quel mistero che ha ispirato, oltre ai nostri autori, registi francesi, spagnoli, messicani e che neppure questo bel documentario riesce a svelare del tutto, e per fortuna! Così, la «sua» voce affidata a Giovanna Mezzogiorno perpetua l’incanto della ragazza che sognava il cinema al Centro sperimentale di Roma, tuttavia senza rinunciare a se stessa, alla sua dignità. E Alida avrà il coraggio di strappare il contratto milionario con il produttore hollywoodiano David O. Selznick, pagando una penale pur di riconquistare la libertà dalle regole degli studios e ritrovare l’Italia.

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