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Dongiovanni, Schirinzi e Terlizzi: la Puglia al Torino film festival

Tre autori con opere fuori dagli schemi

Dongiovanni, Schirinzi e Terlizzi: la Puglia al Torino film festival

Tre autori pugliesi ridisegnano al 37mo Torino Film Festival la geografia, l’antropologia e l’idea stessa di un immaginario legato al cinema legato al territorio. Non c’è niente di più lontano dagli standard narrativi, comici e folcloristici «made in Puglia» dei tre lungometraggi di Francesco Dongiovanni, nativo di Gioia del Colle, del salentino Carlo Michele Schirinzi, originario di Acquarica del Capo e di Cosimo Terlizzi, nato a Bitonto. Condividono infatti un legame molto stretto con risonanze ancestrali, fatte di richiami fisici e terragni, pittorici e letterari, pur nella loro marcata diversità, questi tre autentici fuoriclasse, ossia il documentario I giorni e le opere di Dongiovanni, in concorso nella sezione Italiana Doc, e i due film di post-finzione Padrone dove sei di Schirinzi e Dentro di te c’è la terra di Terlizzi, profondamente ambedue selezionati nella sezione «Onde» curata dal critico cinematografico tarantino Massimo Causo, da sempre molto attento a intercettare gli oggetti non convenzionali in grado di smuovere l’immaginario audiovisivo contemporaneo.

«Il padre stesso degli dei / volle che non fosse facile la via della coltivazione, e per primo mosse / Con arte i campi, aguzzando la mente degli uomini con le preoccupazioni e non permise che il suo regno giacesse in un pesante torpore». Ecco, la citazione virgiliana dalle Bucoliche ben si confà a I giorni e le opere che (in)segue Peppino letteralmente tra le zolle di Puglia e Basilicata, Altamura e Matera. Come nella parabola di un degno erede di Ermanno Olmi, la cronologia meta-storica dell’uomo che vive con i suoi attrezzi, i suoi animali, la sua fatica quotidiana e stagionale, assume i contorni di una indicibile beatitudine. Vera, più vera della realtà.

Schirinzi invece che ha ormai da tempo varcato la linea d’ombra che separa il cinema dalla pittura, omaggiando Bosch tratteggia un’elegia a contatto con la pelle, il metaforico eppure lineare e diretto gesto auto-erotico sintetizza un premessa ugualmente in versi «Il sé è per i reietti / i naufraghi non hanno identità ma / solo corpi da scalfire e / annegare» che la dice lunga sulle ambizioni dell’autore, estremo persino più che in passato, intrecciando la propria antagonista e appartata dimensione intima ed estatica con quelle delle figure mistiche femminili, la Beata Ludovica Albertoni o Angela da Foligno.
Terlizzi a sua volta sceglie di prendere le mosse – sempre seguendo la traccia trasversale della scrittura enunciata verbalmente e sulla pagina stampata – dall’isola di Alicudi. Tra quelle dell’arcipelago delle Eolie: «È un’isola fuori mano, distanziata dalle altre non solo geograficamente. È la più difficile da raggiungere e la più scomoda da vivere». Anche il suo film è un isola, perimetrata dallo schermo e saturata dalla terra, dove l’impianto del film sul viaggio e della difficoltà a percepirsi fuori dalle istanze dei sociale trova – chiudendo il cerchio di queste tre opere – nella terra il perfetto, viscoso, antico contrappunto.

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