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«Il padre stesso degli dei / volle che non fosse facile la via della coltivazione, e per primo mosse / Con arte i campi, aguzzando la mente degli uomini con le preoccupazioni e non permise che il suo regno giacesse in un pesante torpore». Ecco, la citazione virgiliana dalle Bucoliche ben si confà a I giorni e le opere che (in)segue Peppino letteralmente tra le zolle di Puglia e Basilicata, Altamura e Matera. Come nella parabola di un degno erede di Ermanno Olmi, la cronologia meta-storica dell’uomo che vive con i suoi attrezzi, i suoi animali, la sua fatica quotidiana e stagionale, assume i contorni di una indicibile beatitudine. Vera, più vera della realtà.

Schirinzi invece che ha ormai da tempo varcato la linea d’ombra che separa il cinema dalla pittura, omaggiando Bosch tratteggia un’elegia a contatto con la pelle, il metaforico eppure lineare e diretto gesto auto-erotico sintetizza un premessa ugualmente in versi «Il sé è per i reietti / i naufraghi non hanno identità ma / solo corpi da scalfire e / annegare» che la dice lunga sulle ambizioni dell’autore, estremo persino più che in passato, intrecciando la propria antagonista e appartata dimensione intima ed estatica con quelle delle figure mistiche femminili, la Beata Ludovica Albertoni o Angela da Foligno.
Terlizzi a sua volta sceglie di prendere le mosse – sempre seguendo la traccia trasversale della scrittura enunciata verbalmente e sulla pagina stampata – dall’isola di Alicudi. Tra quelle dell’arcipelago delle Eolie: «È un’isola fuori mano, distanziata dalle altre non solo geograficamente. È la più difficile da raggiungere e la più scomoda da vivere». Anche il suo film è un isola, perimetrata dallo schermo e saturata dalla terra, dove l’impianto del film sul viaggio e della difficoltà a percepirsi fuori dalle istanze dei sociale trova – chiudendo il cerchio di queste tre opere – nella terra il perfetto, viscoso, antico contrappunto.

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