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Ed anche oggi i taralli, pugliesi, non li ho potuti comprare. Dietro i roboanti proclami, se leggiamo gli ingredienti … ci accorgiamo che non sono i nostri taralli. Infarciti di ingredienti estranei, che non fanno bene alla salute, pure stavolta ho deciso di lasciarli sullo scaffale del forno, ahimè, artigiano solo di nome. Dove? Non importa, dall’Adriatico allo Jonio, il mio appetito per il buono (e salutare) continua a restare deluso.

Per carità, non voglio fare la purista ma mi piace assaporare i sapori (autentici) del Tacco d’Italia.

L’impasto di un tarallo all’extra vergine di oliva è come una danza: sprigiona profumi di erba appena tagliata. Provo una sincera indignazione di fronte a questa carrellata di false promesse che bersagliano gli adorati taralli: tradizionali, caserecci, all’olio extra vergine (pochissimo), all’olio di oliva (ben altra cosa rispetto all’extra vergine) e poi tipici (ma all’olio di semi!).

Alla vigilia delle ferie ferragostane la Commissione Europea deve aver provato i miei stessi (golosi) sentimenti: è scesa in campo chiedendo maggiore trasparenza per le etichette alimentari. Sullo sfondo c’è il rapporto annuale dell’Organizzazione Europea dei Consumatori (Beuc) ha denunciato le tante modalità di fare etichette, che le rendono non comprensibili.

Finalmente, il commissario europeo alla salute e alla sicurezza alimentare Vytenis Andriukaitis ha chiesto che ci siano definizioni condivise su parole come “tradizionale”, “artigianale” o “naturale”.

Funzionano da attrattori nella scelta di acquisto di noi consumatori, ma non sempre le promesse corrispondono ai fatti. Il Beuc, intanto, chiede che siano fissati i livelli minimi sulla presenza di cereali integrali o di frutta se pubblicizzati nella parte anteriore della confezione. Noi pugliesi, magari, potremmo chiedere di non offendere l’antico daratos di origine greca (sarebbe il nostro tarallo) con tutti questi aggettivi che non rispondono alla realtà. Non chiamatemi purista, o utopista, sono semplicemente pugliese.

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