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Doppiamente ricercati: una prima volta perché in molti casi si tratta di falsi, una seconda perché la produzione è davvero piccola rispetto a quelle che sono le richieste del mercato.
Si tratta di due prodotti alimentari lucani che hanno l’onore di rientrare tra i 50 più contraffatti del Paese, secondo quanto emerge dal report 2020 dell’Ispettorato centrale repressione frodi (Icqrf). Il Peperone Igp di Senise (utilizzato per fare i «cruschi», ossia i peperoni essiccati e poi fritti in modo da diventare croccanti) e la Melanzana Rossa Dop di Rotonda, Presidio Slow Food (ottima per conserve sottolio e altri piatti) fanno gola a tanti e, a quanto testimoniato dagli ispettori del Ministero, non sempre chi li acquista porta a casa veramente quello che compra.
Un fenomeno che purtroppo riguarda sempre più l’alimentare tipico made in Italy (l’ortofrutta non è esente, ed è per la precisione il quinto comparto per contraffazione) ma che nel caso in questione pare essere alimentato anche dal fatto che si tratta di prodotti di nicchia, incapaci di soddisfare una richiesta di mercato crescente.
Per quel che riguarda il Peperone di Senise, il consorzio di tutela mostra numeri risibili rispetto a un prodotto che, per la sua peculiarità, è diventato quasi un simbolo di identità della regione: gli ettari coltivati sono poco più di 10, altrettante le aziende aderenti al Consorzio di tutela, e la produzione annuale, in base alle rigide regole, imposte dal Disciplinare di produzione, approvato dall’Unione Europea, si aggira intorno ai 300 quintali di peperoni freschi destinati a diventare 30 quintali alla fine del ciclo di lavorazione ed essiccazione. E mentre il prodotto base si ferma a questi numeri, negli ultimi anni il mercato è stato vivace di iniziative: peperoni già fritti in sacchetto a mo’ di patatine, cruschi ricoperti al cioccolato come dessert, e poi polvere per condimento (si tratta di un peperone dolce e aromatico che nel nome dialettale “zafarano” richiama il termine “asafran” con cui gli arabi, che ne avviarono l’uso, chiamavano lo zafferano), mousse paté e quant’altro. Con una diffusione che si articola anche in numerosi Paesi esteri. E sorte simile ha la «merlingiana a pummarola», come viene definita la Dop di Rotonda coltivabile in soli quattro paesi del Pollino: a fronte delle coltivazioni limitate e non intensive, è diventata prima souvenir di gusto per i visitatori del Parco, poi protagonista del mercato, grazie anche all’ecommerce. Ma tra poca disponibilità e «falsi», quella che potrebbe essere una ricchezza economica e occupazionale vede le sue potenzialità molto limitate.
«Da noi – lamenta la Confederazione Italiana Agricoltori di Basilicata – non sono gli unici prodotti “taroccati”: la fragola del Metapontino, il caciocavallo, il pecorino di Moliterno, i salumi di Picerno, l’Aglianico del Vulture, l’olio delle colline del Materano, la farina di grano duro “senatore” del Materano sono le vittime più diffuse di agropirateria. La situazione – osserva la Cia – è di estrema gravità. Ci troviamo di fronte a un immenso supermarket dell’agro-scorretto, del ‘bidone alimentare’, dove a pagare è solo il nostro Paese».

(foto Tony Vece)

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