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L’accusa di don Tonio «Don Uva, alzi la mano chi non ha mai rubato»

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TRANI - Avrebbe sempre e soltanto svolto il ruolo di consulente legale della Casa della Divina Provvidenza, e non di amministratore di fatto come invece indicato dall’accusa, e in ogni caso mai oltrepassando il confine della legalità: è questa almeno, la tesi difensiva utilizzata, ieri mattina, davanti al giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Trani Rossella Volpe, dall’avvocato foggiano Antonio Battiante, 43 anni, arrestato mercoledì scorso nell’ambito dell’inchiesta sul crac da 500 milioni di euro dell’ente.L’inchiesta - com’è noto - ha portato all’arresto di nove persone, tra cui due religiose (ai domiciliari), mentre pende in Senato una analoga richiesta per il senatore Nuovo centrodestra, Antonio Azzollini il cui coinvolgimento ha creato un vero e proprio caso politico di dimensioni nazionali. Ieri il gip ha concesso i domiciliari a Rocco Di Terlizzi, 45 anni.

Al termine dell’interrogatorio, in carcere i difensori di Battiante, gli avvocati Michele Laforgia del foro di Bari e Nicola Traisci del foro di Foggia, hanno chiesto la revoca della misura cautelare.

Il giudice per le indagini preliminari si è riservato di decidere in attesa del parere sulla richiesta che dovranno formulare i pubblici ministeri Francesco Giannella e Silvia Curione, titolari dell’indagine.

A Battiante, la Procura di Trani contesta i reati di associazione per delinquere e concorso in bancarotta fraudolenta.

Per i pubblici ministeri, il legale sarebbe stato direttore generale di fatto dal 12 novembre 2012 (giorno delle dimissioni da direttore generale di Dario Rizzi) al 29 luglio 2013 (data della nomina di Giuseppe Domenico de Bari), e comunque amministratore di fatto dal 2010, percependo tra l’altro un compenso di oltre 317mila euro per prestazioni che in realtà non avrebbe mai svolto. Sono gli otto mesi che intercorrono tra l’istanza di fallimento avanzata dalla Procura per la Casa di cura della Divina Provvidenza e la proposta di concordato preventivo.

Battiante si sarebbe difeso sostenendo, tra l’altro, di aver chiuso tutti i rapporti con l'ente dal 2013 e di vantare ancora crediti.

Intanto, sulla vicenda scende in campo il Movimento 5 Stelle. I «grillini» infatti vogliono dire la loro sul disastro finanziario che ha travolto l’Opera don Uva. E così domani, lunedì 15 giugno, alle ore 11.30, gli esponenti del Movimento terranno una conferenza stampa, davanti ai cancelli dell’Ente a Bisceglie, in merito al crac ed all’inchiesta giudiziaria condotta dalla Procura di Trani.

Interverranno diversi parlamentari ed esponenti appena eletti in consiglio regionale del Movimento 5 Stelle. Tra gli altri hanno assicurato la propria presenza Alessandro Di Battista, Giuseppe D’Ambrosio, Antonella Laricchia, Grazia Di Bari, Mario Conca, Viviana Guarini e Rosa Barone.

Da Bisceglie invece va giù duro il sacerdote don Tonio Dell’Olio, 55 anni, membro dell’ufficio di presidenza e responsabile del settore internazionale di Libera- associazioni nomi e numeri contro le mafie.

«Quelle della Casa della Divina Provvidenza sono mammelle alle quali hanno succhiato tantissimi, biscegliesi e non – dice don Tonio - ora dovrebbero essere pochissimi quelli che alzando la mano possono dire qualcosa. In tanti hanno rubato. Varia solo la quantità. Ma chi ha potuto lo ha fatto. C'è chi ha trasferito 30 milioni di euro, chi ha fatto assumere amanti e amici e chi si portava a casa la carta igienica, chi versava i primi due stipendi al politico di turno, chi si riempiva l’auto di beni di «prima necessità», chi si faceva timbrare il cartellino dall’amico, chi lucrava sulle pensioni degli ospiti e chi sui funerali, chi aumentava il prezzo delle forniture, chi firmava prestazioni senza prestarle».

Insomma don Tonio, che era molto legato a don Tonino Bello, lancia una sfida alla cittadina dal suo profilo Facebook: «Alzi la mano chi non ha rubato. Oggi scopriamo che questo sistema si chiama mafia. Bisceglie per decine di anni è stato un biscotto inzuppato in questa tazza. E ora scopriamo che non era caffè ma che si chiama mafia».

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