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Giustizia truccata a Trani, si riparte: «Soldi alla sorella dell'ex pm»

Chiuso il secondo fascicolo dell'indagine di Lecce contro altre 12 persone: accusa di corruzione e concussione per Emilia Savasta

Giustizia truccata a Trani, si riparte: «Soldi alla sorella dell'ex pm»

La sorella di Antonio Savasta avrebbe ottenuto una fetta dei soldi e dei regali che l’imprenditore Flavio D’Introno aveva destinato all’ex pm di Trani con l’obiettivo di ottenerne i favori. Ed è per questo che la Procura di Lecce ha incluso anche Emilia Savasta, 47 anni, nell’avviso di conclusione delle indagini notificato negli scorsi giorni a altre 12 persone coinvolte nell’indagine sulla giustizia truccata a Trani.

Le cinque nuove contestazioni formulate dal pm Roberta Licci, a vario titolo e secondo le rispettive responsabilità, sono di concorso in corruzione, concussione, calunnia, falsa testimonianza, falso, soppressione di atti veri ed estorsione, anche in concorso con i magistrati e le persone già giudicate e condannate in primo grado. Le accuse riguardano anche i genitori e due fratelli di Flavio D’Introno che, secondo le risultanze delle indagini, avrebbero prodotto o assecondato le false denunce presentate alla Procura di Trani per «affossare» gli accusatori del figlio oppure per tentare di bloccare le cartelle esattoriali che lo inseguivano. Emilia Savasta (avvocato Massimo Manfreda di Brindisi) risponde in particolare di concorso in corruzione per i soldi e i favori che avrebbe ottenuto da D’Introno, grazie all’intercessione del fratello: si tratta in particolare dei lavori per l’allestimento della palestra di via Patalini a Barletta, di 50mila euro in contanti e di viaggi e soggiorni in alberghi a cinque stelle prenotati dall’imprenditore nell’agenzia di viaggi Tarantini di Corato. L’altra accusa, quella di concussione, riguarda proprio la richiesta dei soldi a Paolo Tarantini nell’ambito della «stangata» ai suoi danni che - in base alla sentenza del gup Vergine - fu organizzata da Antonio Savasta: la sorella del pm sarebbe infatti stata il tramite «per la richiesta della somma di denaro» durante un incontro nella palestra di Barletta. Una storia che è centrale per il processo: i 400mila euro estorti a Tarantini dalla «banda dei giudici» come contropartita per far sparire una (falsa) indagine per evasione fiscale a suoi carico. Lo stesso Tarantini avrebbe poi pagato per i regali che D’Introno faceva a Savasta e all’ex gip Michele Nardi.

La richiesta di chiusura delle indagini (atto che normalmente prelude alla richiesta di rinvio a giudizio) è dunque la terza puntata dell’inchiesta condotta dalla Procura di Lecce con i carabinieri: i protagonisti principali (Nardi, Savasta e l’ex pm Luigi Scimè) sono già stati processati e condannati e hanno fatto appello. Nardi (16 anni e 9 mesi) e Savasta (10 anni) sono ancora agli arresti domiciliari, mentre Scimè è libero ma è stato sospeso dalla magistratura.
L’accusa è di concorso in corruzione (oltre che di calunnia) anche per Michele Valente, 64 anni, di Corato, ritenuto il «mediatore» tra D’Introno e il poliziotto Vincenzo Di Chiaro (anche lui condannato in primo grado a 9 anni e 7 mesi, ai domiciliari), oltre che autore di alcune delle dichiarazioni false utilizzate dal pm Savasta nel procedimento per bloccare le cartelle esattoriali. Di falso ideologico, materiale e soppressione di atti veri è accusato invece un altro poliziotto, all’epoca collega di Di Chiaro nel commissariato di Corato, Francesco Palmentura, 46 anni di Bari che - sempre secondo la Procura di Lecce - insieme al collega avrebbe consegnato all’ex amministratore della società della famiglia D’Introno un «ordine» di Savasta affinché convocasse un’assemblea dei soci per sostituire gli amministratori, salvo poi far sparire tutto quando l’interessato ha protestato con il pm.

E D'INTRONO CHIEDE DI TORNARE LIBERO - Il Tribunale di sorveglianza di Bari si pronuncerà a breve sulla richiesta di affidamento in prova presentata da Flavio D’Introno. L’imprenditore di Corato, grande accusatore dei giudici di Trani, sta infatti scontando in carcere una condanna definitiva per usura e, ora che il residuo pena è sceso sotto i 4 anni (due anni e 9 mesi), chiede di poter tornare libero.

Sulla questione si è però aperto un nuovo giallo. Secondo una informativa del commissariato di Corato (lo stesso in cui lavoravano alcuni dei poliziotti coinvolti nelle indagini), il titolare dell’azienda dove D’Introno vorrebbe lavorare una volta libero avrebbe pendenze con la giustizia: la circostanza è stata valorizzata dalla Sorveglianza (relatore Rubino) nell’udienza di martedì. Ma secondo la difesa dell’imprenditore (avvocato Vera Guelfi) non sarebbe così: il titolare dell’azienda è infatti stato assolto con sentenza passata in giudicato, a seguito di un processo svolto a Trani e in cui l’accusa era sostenuta da uno degli ex pm coinvolti nell’inchiesta. E lo stesso titolare era stato ascoltato a Lecce come testimone nell’ambito del fascicolo del pm Roberta Licci.

La decisione della Sorveglianza dovrebbe arrivare nei prossimi giorni, ma la Procura generale ha espresso parere negativo invitando l’imprenditore a trovare un altro datore di lavoro. D’Introno sta scontando una condanna definitiva per usura a 5 anni e 6 mesi emessa a luglio 2017 (con la restituzione di tutti i beni, poi a quanto pare spostati in un trust all’estero). La stessa condanna che - secondo le indagini di Lecce - D’Introno avrebbe tentato di evitare con le mazzette e i favori ai giudici Michele Nardi, Antonio Savasta e Luigi Scimè. Anche D’Introno è accusato (a Lecce) di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione in atti giudiziari, ma la sua posizione è stata stralciata ed è ora ferma all’udienza preliminare (già rinviata tre volte): prima dell’11 giugno la difesa dell’imprenditore potrebbe chiudere l’accordo per il patteggiamento, o in alternativa potrebbe optare per il giudizio abbreviato.

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