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Gli scontri alle porte della città: Barletta, i nazisti e i giorni che precedettero l’eccidio

Domani, con una cerimonia sobria e simbolica, nel 77esimo anniversario della Resistenza all’occupazione nazista  del 1943, saranno commemorati i vigili urbani e i netturbini trucidati dai tedeschi

Gli scontri alle porte della città: Barletta, i nazisti  e i giorni  che precedettero l’eccidio

«Sarà una cerimonia sobria e simbolica quella con la quale domani, sabato 12 settembre, nel 77esimo anniversario della Resistenza all’occupazione nazista  del 1943, saranno commemorati i vigili urbani e i netturbini trucidati dai tedeschi nello stesso giorno del 1943 e, in quei giorni, dopo l’armistizio, la città rispose all’occupazione anche grazie alla resistenza dei soldati del presidio militare». Così il sindaco di Barletta, Cosimo Cannito. Alle 10.30, il prefetto Maurizio Valiante, il sindaco e il comandante della Polizia locale, Savino Filannino, deporranno una corona di alloro al monumento ai Caduti e alla lapide dedicata ai vigili e netturbini sulla parete del palazzo delle poste. «La decisione di non prevedere cortei e altre deposizioni in altrettanti luoghi simbolo della Resistenza - aggiunge il primo cittadino - è avvenuta in coerenza con le norme anti Covid vigenti e in considerazione del preoccupante andamento dei contagi in città». Per ricordare gli avvenimenti che precedettero l’eccidio, pubblichiamo la ricostruzione del prof. Luigi Di Cuonzo, responsabile dell’Archivio della Resistenza e della Memoria di Barletta

L'apparente normalità quotidiana dei giorni 9 e 10 settembre che, in qualche modo, aveva tranquillizzato gli uomini del Comando Difesa della nostra città, ebbe vita breve.

Confortati dalle disposizioni del Comando della 7^ Armata che riprendevano l'orientamento del Capo di Stato Maggiore, Generale Ambrosio, [comunicato con dispaccio delle ore 0.20 del giorno 9], ribadivano "In virtù dell'avvenuta firma dell'Armistizio, non ostacolare le operazioni degli Anglo - Americani e tenere verso di essi contegno dignitoso scevro da servilismo. Ritirare i Reparti costieri dalle loro posizioni e riunirli in località lontane dalle principali linee di comunicazione; evitare incidenti con le truppe tedesche; rispondere a eventuali loro provocazioni con adeguata reazione", fu travolta dalla comunicazione "La Germania ha dichiarato guerra all'Italia. Regolarsi di conseguenza" che il colonnello Tommaso Aiello, Comandante del 15° Reggimento Costiero, inviò alle 23.45 del giorno 10 al Colonnello Grasso. Non c’era stata nessuna dichiarazione di guerra della Germania all’Italia, in vero, e nel rispetto di una corretta narrazione storica, è bene ricordare che, la guerra tra le due nazioni, fu dichiarata, dall’Italia alla Germania, il 13 ottobre susseguente.

Il Presidio - Il Comando del Presidio, comunque, diramò immediatamente quel fonogramma, confermato, poco dopo, alle 0.11 dell’11 settembre, da un nuovo fonogramma del Comando del IX Corpo d’Armata a firma Generale Caruso: “Urgentissimo: per ordine superiore considerare le truppe germaniche come truppe nemiche ed agite in conseguenza”. E’ chiaramente evidente che, in assenza di precisi e autorevoli ordini dei Comandi superiori nazionali e ignorando totalmente le riserve degli intenti precauzionali del trasferimento in Puglia dei reparti aerei tedeschi che, Hitler, aveva attuato sin dalla metà del mese di Agosto, considerati, forse, potenziamento di difesa comune nel nostro territorio contro gli Alleati Anglo-Americani, fino al giorno 11 non si poteva assolutamente sospettare che, i tedeschi fossero già il nemico in casa nostra e che, sin dalla notte tra l’8 e il 9, come ci informa il Col. Karl Lothar Sculz, Comandante del 1 Reggimento Paracadutisti di stanza a Cerignola, avessero avuto l’ordine di disarmare il Presidio di Barletta, annullato per ragioni di opportunità da immediato contrordine.
La convinzione abbastanza generalizzata che i nostri vecchi cobelligeranti, dovessero lasciare l’Italia ritirandosi pacificamente verso la Germania, auspicata e caldeggiata dai fascisti di casa nostra, alimentava notevolmente la stima di superiorità culturale, organizzativa e guerriera dei tedeschi, instillata dalla propaganda nostrana, succube degli inventori di una razza superiore ed eletta. Più che semplici traditori, inetti, cecchini e volta gabbani, alla notizia dell’Armistizio, i nazisti, ritennero gli italiani, piuttosto, pazzi, tanto che, sempre il Colonnello Schulz, dichiara: “Attraverso comunicazioni radio tedesche e straniere, il reggimento tedesco seppe che tutta l’Italia era andata fuori testa”.

La ritirata - Tesi pienamente condivisa e supportata dalle opinioni di loquaci protagonisti, diremmo oggi opinion leader, come il Cappellano Militare, Mons. Giuseppe D’Amato, che riferisce di una “diffusa psicosi collettiva nell’Esercito e nella popolazione della nostra città”, scatenatasi con una feroce caccia al tedesco a prova delle provocazioni, a suo dire, di parte nostra contro i “Tedeschi [che] venendo dal Sud e dalle vie interne della Lucania, transitavano, attraversando la nostra Città, per proseguire sulla Strada nazionale Adriatica, in silenziosa ritirata senza alcuna provocazione, e se provocazioni vi furono qui tra noi, queste furono unicamente da parte nostra”.

La ricerca storica e la strutturazione di una salda Memoria collettiva, hanno contribuito, in questi ultimi anni, a capovolgere la fondatezza di quelle affermazioni, consegnate all’opinione pubblica con un corretto ed educato “Tanto, ripeto, per la verità e la storia” del D’Amato, ristabilendo una orgogliosa collocazione dei “Fatti” del settembre 1943, nella pagine gloriose della Resistenza d’Italia.

Nella riunione dei Comandanti, convocata al Presidio, nella mattinata del giorno 11, nonostante fosse abbastanza chiara la consapevolezza di un esiguo armamento a disposizione, furono rafforzati gli sbarramenti al Caposaldo Cittiglio sul fiume Ofanto, per eventuali provenienze nemiche da Foggia, su via Canosa, su via Andria tra le Casermette e la Chiesetta del Crocifisso e in zona Misericordia su via Trani. Anzi, per onorare la correttezza professionale dei tanti soldati nelle loro funzioni subalterne, ricorderò che, il Maggiore Renato Papucci, al Deposito Misto Regio Esercito Egeo di via Andria, già alle 10.00 del giorno 10, convocò a rapporto i Comandanti delle Batterie d’istruzione, preavvertendoli, come riferisce il capitano Giuseppe De Pasquale, di tenersi pronti ad “intervenire contro truppe tedesche che si diceva dovevano transitare per Barletta”.

I militari - Avute assicurazioni di poter armare un congruo numero dei suoi 360 uomini, anche dal Colonnello Fernando Casa, il Cap. De Pasquale, pur non registrando nessun inconveniente di nota, al mattino dell’11, riferisce di notizie raccolte o pervenute da informatori borghesi di incidenti nei comuni viciniori, Andria e Trani. Alle ore 16.00, a seguito di colpi di arma da fuoco sulla via Trani, con un ufficiale e 25 uomini, raggiunse il Capitano Cosentino, venuto a contatto con elementi tedeschi autotrasportati che chiese altri rinforzi. Rientrato in caserma, con il sottotenente Di Dio e altri 25 uomini, si scontrò con sparuti gruppi di tedeschi che si dileguavano verso Trani, con un ferito a seguito. Nel gruppo degli italiani fu ferito il sergente Monies Fernando. Il Maggiore Papucci, dovendosi recare al Caposaldo Crocifisso, ove si era acceso il combattimento con elementi corazzati tedeschi, il Gruppo di combattimento del Luogotenente Friederick Kurtz, in provenienza dalla Murgia di Spinazzola, ordinò al Capitano De Pasquale di assumere il Comando interinale delle casermette. Con l’aiuto di circa 80 soldati racimolati da più Batterie, il Capitano, provvide alla difesa piazzando un fucile mitragliatore all’ingresso principale, un altro allo spigolo nord – ovest, un ufficiale e 20 uomini a cavallo della strada di Andria per le provenienze dalla città, un ufficiale e 30 uomini per le provenienze da Trani.

Il combattimento - Su richiesta del Maggiore Papucci, spostatosi sulla linea di resistenza del canale Ciappetta Camaggio, a copertura del caposaldo del Crocifisso, comandato dal Tenente Vasco Ventavoli e difeso brillantemente dal tiratore scelto, Sergente Guido Giandiletti, inviò mortai da 81 con relativo munizionamento e, successivamente, circa 20 uomini. Ben poco contributo per una situazione di forte combattimento, imprevisto e inatteso che si era acceso e durava ferocemente intorno al Crocifisso Alle 18, sfinito dallo stress, il Capitano De Pasquale richiese, al comando delle truppe, altre munizioni per armi portatili e 2 casse di bombe a mano, armamento che ricevette a sera inoltrata, ma semplicemente di munizioni del calibro 6.5 e non 7.35, quelle occorrenti e richieste per i moschetti in dotazione. Niente bombe a mano. Intanto al Crocifisso, i nazisti di Kurtz, venuti con il compito tassativo di disarmare il Presidio Militare di Barletta, respinti dai nostri che catturarono più di settanta uomini su circa 150 aggressori, misero fuori uso carri armati e semoventi, ferirono il Comandante Kurtz, furono costretti alla ritirata, lasciando sul terreno alcuni caduti come documenta ampiamente il camerata Hejno Niehaus nel suo diario di guerra Il mio servizio militare dal 1943 al 1945.

Alle 23.00, su quella linea di resistenza, il Cap. De Pasquale incontra il Maggiore Papaucci per ricevere informazioni ed eventuali ordini. Nessuna novità nell’acro odore di devastazione ambientale e di fuoco che tende a spegnersi. Si badi bene, solo nelle prime ore della notte.

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