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Ci sono parallelismi con i fascicoli sulla giustizia truccata nel Tribunale di Trani

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Per il momento si può parlare soltanto di coincidenze. Coincidenze temporali, e coincidenze di nomi. Ma c’è un parallelismo forte tra l’indagine di Lecce sulla giustizia truccata nel Tribunale di Trani, e un altro fascicolo, quello sulla presunta malagestione del Salsello di Bisceglie, che proprio a Trani sfocerà in un processo.

Il gup Maria Grazia Caserta ha infatti rinviato a giudizio (inizio 25 settembre) con l’accusa di infedeltà patrimoniale il commercialista tranese Nicola Pappalettere, 73 anni, e gli imprenditori Luigi, i due Bartolomeo (uno del ‘68, di Trani, l’altro del ‘74, di Bisceglie) e Maria Sasso, rispettivamente uno dei fratelli e i nipoti di Onofrio Sasso, l’uomo che nel ‘65 aveva fondato il celebre albergo sul mare e il famoso lido in cui sono passati vip e celebrità vari. Dopo dissapori in famiglia nel 2000 la società è stata posta in liquidazione, con l’obiettivo di vendere la struttura (ci sono anche delle ville), pagare i debiti e dividere il resto tra gli eredi. Ma in base a una querela presentata dagli altri figli di Onofrio, Bartolomeo Sasso e Rosanna Palumbo (con gli avvocati Marco Cornaro e Nicola Quaranta), il liquidatore Pappalettere avrebbe consentito ai cugini di continuare a gestire la struttura senza nemmeno incassare il fitto, con il risultato che i debiti hanno continuato a crescere e il Salsello è stato venduto a due milioni e mezzo a una società - dal nome evocativo, Invictus - i cui veri proprietari sono schermati da una fiduciaria.

La querela dei due eredi era inizialmente stata assegnata al pm Luigi Scimè, anche lui coinvolto nell’indagine di Lecce (ha appena ricevuto un avviso di conclusione insieme all’ex collega Antonio Savasta e all’ex gip Michele Nardi). Sulla base di una perizia affidata al commercialista barese Massimiliano Soave, Scimè ha chiesto per due volte l’archiviazione delle accuse a Pappalettere e ai familiari dei Sasso, richiesta sempre respinta dal gip. Poi Scimè è stato trasferito a Roma (per evitare un procedimento disciplinare), e il fascicolo sul Salsello è passato prima alla pm Silvia Curione (che si è astenuta per ragioni di conoscenza personale) e quindi alla collega Raffaella De Luca. Nel frattempo (a gennaio) sono scattati gli arresti dei magistrati tranesi, e - solo pochi giorni dopo - la gip Caserta ha affidato al commercialista barese Ruggiero Pierno una nuova perizia: a seguito di quella decisione sono state modificate le accuse e i cinque imputati hanno revocato la richiesta iniziale di giudizio abbreviato.

Coincidenze, appunto, come il nome dell’avvocato dei quattro Sasso andati a giudizio, quel Giacomo Ragno anche lui coinvolto nell’inchiesta di Lecce. Proprio davanti a quella Procura il grande accusatore dei magistrati tranesi, l’imprenditore Flavio D’Introno, parlando dei propri guai con la giustizia aveva messo a verbale una frase sibillina: «Soave disse che Pappalettera era il commercialista personale del presidente della Corte d’Appello, dottor Tarantino, e lui, Soave, in un procedimento in cui era stato nominato consulente d’ufficio che vedeva coinvolto Pappalettera, aveva concluso la sua perizia in maniera favorevole al Pappalettera, e quindi “ce l’aveva sotto” e poteva pertanto agire in mio favore presso il presidente Tarantino». Se quelle di D’Introno fossero o meno millanterie (il giudice Michele Tarantino, ora in pensione, è assolutamente estraneo ad accuse o anche solo a sospetti) dovranno dirlo le indagini: il caso Salsello fa infatti parte degli ulteriori accertamenti che i magistrati di Lecce hanno delegato ai Carabinieri.

Nel frattempo, il Tribunale di Trani (che non ha finora ritenuto di chiedere il fallimento della società) dovrà stabilire se la liquidazione del Salsello sia stata o meno malgestita - come dice il capo di imputazione - per favorire un ramo degli eredi Sasso. Nel 2002, al culmine del suo successo, il complesso era stato valutato 13 milioni di euro, a fronte di debiti per circa 5. Secondo quanto emerso dalle perizie, il mancato incasso dei fitti della struttura (e delle tre ville attigue affacciate sul mare) avrebbe aggravato la situazione debitoria di almeno altri tre milioni di euro. E una parte degli eredi non ha mai visto un centesimo.

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