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In Puglia e Basilicata

Il reportage

A Bari via Argiro fa le scarpe a via Sparano

Bari via Argiro

Foto Teresa Imbriani

Negozi in tiro e vetrine chiuse; prosegue il nostro viaggio alla scoperta della città

05 Marzo 2022

Alberto Selvaggi (Foto Teresa Imbriani)

BARI - Drogarsi di Tonino Asselta, che proprio ieri (auguri) ha festeggiato 75 anni. Imbevere le anse cerebrali dei Pintucci decani da 122 anni, del ricordo degli Sciccosi, i due Gemelli che gemelli non sono ma lo sembravano nonostante i tratti, fantascientifici azzimati dell’ei fu negozio omonimo multi-piani, ancora attivi sul mercato.

Negozi in tiro e vetrine chiuse. Caffè morti o vivi come Jerome. Puntigliosi ragionieri della vendita al dettaglio. Danarosi protestati, ex paperoni in gramaglie che hanno perduto con le mutande pure la commara, personaggi che ti restano in fronte come marchi pantagruelici della baresità. Questo e altro è via Argiro, che contende il serto a via Sparano. Gente che mangia e che non sciala, e che pur se ci freca siamo portati ad amare.

Essere Tonino Asselta, cinque boutique tra Bari e la sua Andria col Cinema Opera barlettano, è più difficile che Essere John Malcovich, come recita il titolo di quel film raffinato. Dopo che hai incontrato a Tonino, il jack russell di via Argiro, e ti ha narrato la sua esistenza da romanzo, tra fughe dal seminario direzione Torino e Milano a undici anni, commercio di limoni e di santini sui bus dei pellegrini verso i santuari, tornando a casa ti meni gli schiaffoni in faccia: non è possibile essere come a quello là. Tu sei capace? L’Asselta, scafato e ficcante come le tre fiere di Dante, ha eretto pure al Murat un negozio moda alto alto, strutturato più o meno come la piramide di Akhenaton. Difatti pure li ladroni, quando vi penetrano, finiscono direttamente negli scarichi di fogna illegali della Lanza. I costruttori, esili come geroglifici, sono stati ritrovati accecati, vagolanti per le strade del San Paolo. Ora egli, o esso, Tonino nostro, che torreggia in via Argiro con tanto di «Asselta 1970», ha ristretto parzialmente i ranghi. Certo rilucono sempre le scarpe a punta identitarie di quest’uomo santo, assicurate come i glutei di Kim Kardashian.

La strada che Decauro (Antonio Decaro sindaco) ha reso pedonale è solcata, come l’intiera cittade, da monopattini silenti e insidiosi come loffe di missili lanciate contro l’Ucraina. Sono guidati da decerebrati (li odio: li odiamo) che ticchettano «sei una porca» via Facebook sul cellulare mentre in controsenso ti resecano un alluce con le rotelle dure come acciaio. È un rettilineo rasserenante, ma incomincia male. Il buongiorno lo danno la Bnl, che appunta diligentemente le scadenze non onorate, e Dentix, ai cui ferri odontoiatrici tanti si offrono con espressioni di cavalli da domare. Segue un rigurgito vegetale, cioè il bar Tiffany affrescato di fiori, guidato dai coniugi Francesca e Gianni, preso d’assalto da qualche scambista inconfesso, politici pentiti in quanto non ladri, cornuti che se ne fregano, fedifraghe che se ne calano peggio, tanti professionisti in, al massimo due psicolabili out: la Bari bene che non pronuncia «ho stato ho andato».

Dal primo isolato Franco Cassano, intellettuale del quale in questi giorni si parla parecchio, piegava verso via Dante 25, casa che l’editore Alessandro Laterza ha lasciato da qualche anno. Mimma Ninni (chi è? Donna? Griffe?) si manifesta con un doppio cristallo che fronteggia un fortilizio angolare, si ripropone con una terza postazione più avanti. Non c’è nessuna vineria frequentata da alcolisti e tossicodipendenti. Peccato. C’è invece Alla Barese, pizzeria ristorante di cucina verace; nella bella stagione sparge all’aperto innumerabili tavoli, che possono arrivare fino a Santo Spirito, domenica e sabato, e a Monopoli dall’altra parte, anche quando si festeggia la Madonna della Madia. Ci sono poi due chicche che vanno menzionate. Il negozio per bambini Fiori Blu, che può essere osservato come un’opera d’arte di impronta commerciale, connotato dal tipico gusto che hanno alcune signore del centro di Bari, e Dmail, esposizione di inutilità colorate, e proprio in quanto tali, indispensabili.

Proseguiamo con animo radioso la promenade mussorgskiana, anche perché dopo la precedente puntata dedicata a via Melo per questa serie sulle strade, ci sono piovuti, come guiderdone dai titolari degli esercizi lecchinamente menzionati, solitamente scorze, accessori moda, prosecco biologico (due bottiglie), latticini da recuttari comprovati, oltre a un’ambigua camiciola floreale (per favore, non mandate più merce in redazione ma a casa, non voglio certo condividere i doni con i colleghi sgrosciatori sfessati).


A un certo punto si incoccia nel mausoleo della Nike (scusate, perché non avete apposto almeno un cacchio di insegna all’ingresso ma soltanto il marchio?), che ha le dimensioni del Sacrario dei caduti Oltremare. C’è pure la Lego, meraviglia plastica nella quale anche involuti di 50 o 60 anni pescano il bel tempo andato. C’è Maldarizzi colosso delle auto. C’è l’Atelier Emé dedicato alle divorziate e separate, cioè alle spose che scelgono l’abito nuziale che poi malediranno. C’è Dante 5, salotto moda dal quale fuoriesci finetto pure se sei un emerito cozzalo. C’è Saicaf cafè sull’ultimo isolato, dove il Comune ha snudato le scivolose basole, nere come zoccole del Lungomare: vende ancora chicchi al peso, baluardo della gloria di una città sopravvissuta soltanto negli annali. Ma soprattutto c’è uno dei negozi di scarpe di due monumenti del commercio locale. I baresissimi Pintucci, figlio Nicola e Raffaele patriarca.


Armonizzati anche quando passeggiano a braccetto per il centro confrontandosi, discendono da un altro Raffaele (fondatore nel 1900) e un altro Nicola, e confermano il primato che vede nella Pantofola Pintucci il simbolo sacro. Parecchio simpatici. Di tradizione iconograficamente documentata. Amanti del mestiere: dal 1968 in cui ereditò la titolarità Raffaele non perde una giornata, e dal 1989, data d’insediamento in via Argiro, alle 7.30 Nicola (è identico al Vescovo di Myra da quando s’è fatto crescere la barba) sta già in postazione a scartabellare ordini, uscite ed entrate. Inarrivabili soprattutto nella proposta inglese, i cui modelli espongono come rubini birmani (ricordatevi che porto misura 6 delle Tricker’s stringate. L’indirizzo ve l’ho lasciato).

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