Martedì 14 Luglio 2020 | 03:01

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I pazienti del «Miulli» di Acquaviva sono in buone mani. Perché appartengono, quelle mani, alle braccia sterminate del dottor Vito Delmonte, direttore del reparto di Rianimazione e responsabile della area intensiva covid-19. Negli anni Settanta, al tempo della giovinezza, quando la vita era tutta un grande sogno, quelle dita affusolate e sicure, artigliavano palloni di cuoio sui polverosi campi della Quarta serie. Oggi devono carezzare volti di donne e uomini allettati, smarriti, feriti da un morbo invisibile e crudele che ha pur esso forma sferica.

«Non immaginavo di dover disputare a 65 anni la partita più difficile: fronteggiare la pandemia da coronavirus. E davvero tante sono le analogie con l’ambiente calcistico, anche qui bisogna fare gruppo se vogliamo vincere, ma il personale specializzato è insufficiente. Mancano, in certi casi, i titolari e anche le riserve, che per una gara così dura, sono altrettanto importanti. Non abbiamo mascherine e tute a sufficienza e questo ci mette a rischio ogni giorno, non è un caso che medici ed infermieri siano i più contagiati, e dire che dovrebbero essere le persone più preziose da preservare perché quotidianamente in prima linea». E sgrana ancora il rosario dei punti dolenti: «Mancano i ventilatori polmonari, fondamentali, perché coloro che si infettano vanno mantenuti in ventilazione con degenza lunga per 15-20 giorni e trattati con ossigenoterapia e farmaci antivirali».
«Mi auguro - prosegue Delmonte - che si abbia la forza politica e imprenditoriale per convertire alcune aziende alla produzione dei dispositivi che ci servono,visto che non sappiano quando durerà questa emergenza e sarà sempre più pericoloso andare a curare i malati a mani nude».

L’uomo che in camice bianco attraversa pensoso i reparti è stato un giovanotto zazzeruto e lungo una pertica, con la passione del calcio nel cuore. La mattina, chino sui banchi del liceo classico «Virgilio» di Gioia del Colle, il pomeriggio a sudare sul fazzoletto di terra brulla che era il Comunale di Bitonto. Sei anni in maglia neroverde: indimenticabili. Proprio come il rigore parato contro il Nardò nel ‘74-’75: «Allora si viveva questo sport bellissimo in modo ludico, contavano i sentimenti. Tutto era più puro e ci si voleva bene, ci si faceva coinvolgere nelle vicende della propria squadra con animo sincero, e questa purezza etica collettiva dovrebbe essere recuperata e rinforzata ancora oggi, e non solo in ambito sportivo».
Ma che portiere era Vito Delmonte: olimpico o istrionico? «Io mi ispiravo al grande Dino Zoff, preferivo affinare il senso della posizione e non ero molto plateale. Ero razionale ed essenziale, ecco. A 16 anni ero titolare nel quarto campionato nazionale, mi cercavano Cesena, Cagliari e soprattutto il Bari di Luciano Pirazzini, che mi faceva seguire dal suo braccio destro Enrico Catuzzi. Sono stato convocato in tutte le rappresentative finché non ho giocato nell’amichevole fra le Nazionali dilettanti di Italia e Austria».

Insomma, lo aspettava un futuro radioso sui prati dello Stivale. E invece: «Dopo la maturità ho dovuto scegliere. Mi sono iscritto all’Università e sono diventato medico. Credo di aver fatto la scelta giusta», rimarca con fermezza. Ma, in questi giorni cupi di drammatica emergenza, si sente un eroe? «No, nient’affatto. Sto solo seguendo il giuramento di Ippocrate».

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