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«Mi ha sorpreso terribilmente il lassismo in aeroporto, sul nostro volo in partenza da Milano Malpensa c’erano a malapena 15 persone. Né ai controlli in partenza né a quelli in arrivo ci hanno misurato la temperatura». Luigi, 54 anni, rientrato ieri a Bari con un volo dal capoluogo lombardo, cuore del contagio, punta l’indice sulla mancata misurazione della temperatura di chi è appena tornato dalle «zone rosse».

La questione, già postasi nei giorni scorsi, torna sul tavolo del dibattito. Per disposizione del Ministero della Salute il termoscanner è obbligatorio all’arrivo per chi giunge dall’estero (anche come scalo intermedio) o da Roma Fiumicino, ma la logica dovrebbe suggerire la necessità di estenderlo anche a chi approda dalle «zone rosse». Senza sottovalutazioni. Quella dell’esodo per via aerea è infatti una questione che può essere affrontata da due angoli visuali diversi. Il primo è quello della conta dei passeggeri: nei voli arrivati ieri a Bari da Milano, Bergamo e Venezia-Treviso i passeggeri erano pochissimi, dai 15 ai 25 a viaggio. Velivoli semi-vuoti dunque, per ragioni che non sfuggono all’intuito: diversamente da treni, macchine e pullman, l’aereo rappresenta una via di fuga molto più «stretta». Il biglietto è nominale, si sa da dove parti e dove arrivi, e i controlli - sanitari, quando capita, o della polizia - sono dietro l’angolo. Difficile eludere «l’occhio» dello Stato. E, infatti, i «fuggitivi» dell’ultima ora hanno scelto asfalto o rotaie per il proprio esodo. Le lamentele dei tassisti per le prenotazioni saltate e i grandi spazi deserti in aeroporto stanno lì a testimoniare un clima generale di dismissione.

Ma c’è anche un’altra angolazione da cui affrontare il problema: se è vero che i passeggeri sono pochi, è altrettanto vero che i voli sono tanti. Solo ieri, dalle «zone rosse», ne sono approdati a Bari più di dieci. Basta fare una moltiplicazione: dieci voli con venti passeggeri fa 200 persone. Un numero non proprio irrilevante. Chi è rientrato per via aerea, però, non si scompone. Tutti battono sullo stesso punto: «Vivo qui, avevo necessità di tornare. Le disposizioni delle autorità? Faremo tutto quello che serve», è il ritornello. Qualcuno, però, esibisce già qualche indecisione. È il caso di una giovane studentessa dell’Università di Udine, arrivata ieri da Venezia-Treviso carica di valige: «Sono tornata per il funerale di mia nonna. L’isolamento? Vedremo, ora non so». Più rassicurante Antonio, reduce con famiglia da una vacanza proprio a Venezia: «Sono sicuro che non ci tratteranno da untori anche perché non potevamo certo rimanere in albergo per un mese. Siamo qui e faremo tutto ciò che ci chiederanno di fare».

Le testimonianze si susseguono sulla stessa linea ma non mancano elementi che aggiungono confusione a confusione: c’è chi a Venezia è stato controllato pur non venendo da fuori, chi si è armato di mascherina perché «in aereo tossivano tutti» e chi, infine, un bacio e un abbraccio ai parenti li dà comunque, altro che isolamento. Chiudono la carrellata coloro che, invece, da Bari tornano su, lì nelle zone dove il contagio impazza. Un volontario della Croce rossa di Abano Terme, ad esempio, ci racconta di essersi concesso qualche giorno di vacanza in Puglia dopo aver trasportato contagiati da Vo’ a Padova. Ma ci sono anche casi meno borderline come Donato e Valentina in partenza per Venezia con due figlie di 7 e 4 anni al seguito. Le bimbe indossano la mascherina, loro no. Tirano un sospiro: «Dobbiamo rientrare, la nostra vita è in Veneto. Speriamo bene, soprattutto per le piccole».

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