Sabato 25 Maggio 2019 | 12:53

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BARI - Un pendolare che deve spostarsi da Bari a Taranto ha solo l’imbarazzo della scelta. Potrà prendere il treno, quello di Trenitalia o (se ha colpe da espiare) quello di Sud-Est. Oppure potrà utilizzare l’autobus, la solita Sud-Est oppure la Sita. Tutto, rigorosamente, a spese dello Stato. E non è l’unico esempio. Da San Severo a Foggia abbiamo Trenitalia, Ferrovie del Gargano (due volte: treno e gomma) e i bus dell’Acapt. Tutto, rigorosamente a spese delle casse pubbliche.

Il risultato è che la Puglia del trasporto locale è, dal punto di vista dell’efficienza, a dir poco un colabrodo: ci sono posti (il capoluogo regionale e una parte della provincia di Lecce) in cui non ci sono abbastanza soldi per istituire più corse, ed altri posti in cui i servizi sono o inutili (perché non li prende nessuno) oppure gratis (perché nessuno paga): e nonostante la legge imponga che, per essere finanziato, il costo di una linea debba essere coperto per almeno il 35% dai ricavi da biglietto. Ad oggi in Puglia la media (per i bus) è del 23,6%, con punte del 37% nel Leccese e del 31,6% in provincia di Bari, ed appena il 18,5% in provincia di Taranto. E con casi clamorosi come alcuni piccoli Comuni in cui i biglietti non arrivano al 5%.
È il contesto in cui l’assessorato ai Trasporti, con il dirigente Enrico Campanile, sta lavorando da mesi sul riordino del sistema.

L’obiettivo è giugno del 2020, quando nei bacini territoriali (che in Puglia coincidono con le province) dovranno essere effettuate le gare per i servizi su gomma. E, per arrivarci, è necessario stabilire ciò che va messo a gara, ovvero i cosiddetti servizi minimi: quelli che garantiscono i collegamenti pendolari, il raggiungimento degli uffici pubblici, degli ospedali e i grandi hub di comunicazione tipo stazioni e aeroporti. Una partita delicatissima, perché - oltre a incidere sul cittadino - il numero dei chilometri da mettere a gara incide anche sul sistema delle imprese e sui lavoratori del settore.

Giovedì in giunta l’assessore Giannini ha svolto una informativa preliminare sulla determinazione dei servizi minimi. E, al di là dei numeri - che pure sono importanti - ha chiarito il metodo: la Regione è costretta ad applicare la legge e i regolamenti europei, e vuole mantenere inalterate le percorrenze complessive. Ma non può più usare il fondo nazionale per lasciare attivi collegamenti inutili: le risorse vanno utilizzate per «inseguire» la richiesta di trasporto, lì dove esiste, e non è più tollerabile (accade anche questo) che una impresa privata istituisca (con fondi pubblici) una fermata alle spalle di una stazione ferroviaria per «fregare» traffico a un treno pagato con fondi pubblici.
Il punto di partenza è il Piano triennale dei servizi, il primo nella storia della Puglia, approvato tre anni fa, e il calcolo degli spostamenti sul territorio effettuato con i criteri del Dl 422/97. Ciò che emerge dalla simulazione è che i nuovi servizi minimi su gomma (quelli più importanti dal punto di vista della quantità), tra urbano ed extraurbano, valgono circa 91,3 milioni di bus/km, cioè l’1,29% in più rispetto a quelli misurati rispetto al Piano triennale e ai servizi minimi comunali del 2010.

Il punto, però, è che queste percorrenze dovranno essere distribuite in maniera diversa, perché la domanda di trasporto su gomma - secondo i dati disponibili - si concentra all’interno delle province e va verso i grandi poli, mentre è bassa (a volte molto bassa) nei piccoli centri: per i collegamenti più lunghi si preferisce infatti il treno. Ecco perché la previsione della Regione è che rispetto a oggi cresceranno i servizi extraurbani (2,6 milioni di bus/km in più) mentre diminuiranno quelli urbani (3 milioni di bus/km in meno). Se si guarda il dato dal punto di vista del territorio, invece, si ottiene una crescita delle percorrenze nelle province di Bari (1,6 milioni di bus/km), Lecce (1,1 milioni) e Brindisi (408mila), e un taglio per Taranto (1,8 milioni), Bat (un milione) e Foggia (812mila). E sono questi ultimi dati ad aver creato qualche malumore sul territorio.

I numeri però non dicono tutto. Meno percorrenze non significano meno servizi: a volte ci sono due bus sulla stessa tratta che partono a distanza di 10 minuti entrambi semivuoti. E ci sono (è il caso di Manduria, Francavilla Fontana, Conversano, Castellana Grotte, Putignano, Giovinazzo, Oria, Mesagne, Cassano, Locorotondo...) interi servizi di trasporto urbano con tre passeggeri al giorno per ciascun collegamento. Il percorso verso l’efficienza non sarà facile, perché le lobby del trasporto pubblico premono per mantenere le cose come stanno. La Regione sta però provando a far passare il principio dell’equità: a Bari la città si espande e non ci sono abbastanza soldi per aumentare le linee di trasporto urbano, mentre da qualche altra parte i bus urbani viaggiano vuoti. 

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