Lunedì 19 Novembre 2018 | 06:08

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L'intervista

È l'Italia il laboratorio del populismo europeo

Alain De Benoist: ormai tra popolo e sinistra c'è un fossato

È l'Italia il laboratorio del populismo europeo

«L’Italia? È il laboratorio del populismo europeo». Alain de Benoist, intellettuale francese classe 1943, fondatore della Nouvelle Droite e delle raffinate riviste Nouvelle École (nelle librerie dal 1968) e Krisis, con il saggio Le Moment populiste - Droite-Gauche c’est fini! (tradotto in italiano da Arianna editrice con il titolo Populismo) ha analizzato a fondo la sorprendente crescita delle forze patriottiche e sovraniste in tutta Europa. Sabato ha tenuto una conferenza a Bari, promossa dal Centro studi Polaris e da Progetto Enclave, sui «nuovi scenari» continentali.


«Il governo Conte è molto interessante - spiega il filosofo - perché è il primo caso in Italia di governo populista. Lega e M5S? Come movimento politico, quello di Luigi Di Maio ha maggiori connotati populisti, mentre tra i leader è il vicepremier del Carroccio, Matteo Salvini ad apparire esteriormente il più populista». A chi cerca di incasellare i movimenti anti-establishment in una ideologia, de Benoist fa rilevare che l’opzione politologica è differente: «Il populismo - argomenta ancora - è soprattutto uno stile, una articolazione della politica e della realtà sociale che trascende il confine classico destra-sinistra». «Queste forze vanno al di là delle fratture che separavano i partiti novecenteschi e approfittano della strada spianata dalle vecchie classi dirigenti. La geometria del panorama politico è ormai modificata. Non c’è più una distinzione orizzontale, ma un confronto verticale tra il popolo ed una élite percepita come casta che va al potere solo per tutelare i propri interessi. Persiste una frattura tra i perdenti e i vincitori della globalizzazione, tra le cittadinanze sedentarie “non connesse” e quelle “connesse”, tra chi vive nelle periferie e una classe dirigente deterritorializzata o persino transnazionale che ha come ideologia il pensiero unico e la legge del profitto».


De Benoist, da decenni distante da ogni proposizione politica del Front National e dal lepenismo (nonostante resti un autore di riferimento dei giovani identitari in tutta Europa, compresi i ragazzi della Lega e di Fratelli d’Italia), si è anche soffermato sulle responsabilità della sinistra europea nel tracollo delle sue maggiori formazioni, con il Partito socialista francese o la Spd tedesca in perenne calo di consensi, al pari del Pd in Italia: «Ormai c’è un vero fossato tra popolo e sinistra: quest’ultima ha defraudato il popolo, che a sua volta la accusa di aver tradito il socialismo». E in questo contesto si manifesta una progressiva crisi delle forme della politica per come le abbiamo immaginate finora, in quanto alla debolezza dei partiti si aggiungono i fattori di instabilità legati a flussi migratori epocali e alla crisi economica: «Interrogarsi sulla crisi dell’Unione Europea è essenziale. Per questo bisogna partire dal sottolineare - aggiunge - che è in crisi l’Ue non l’Europa: quest’ultima è, infatti, una realtà storica e geografica, una civiltà da duemila anni. L’Ue non funziona, è troppo legata alla finanza. L’euro-moneta? Era una buona idea, ma è nata male e ormai sta allargando le inimicizie tra Nord e Sud del continente». Le reazioni a questo trend, come ha recentemente spiegato in un incontro tenuto a Milano presso la Fondazione Feltrinelli, per de Benoist sono passate prima «da una crescita dell’astensionismo» e dopo «dal consolidamento di un voto di protesta».


Sul futuro, il pensatore transalpino ha poche certezze e un visione: «Abbiamo seguito la crisi della Grecia; ora non è possibile dire se l’Italia uscirà o meno dall’Ue. Il sovrastato europeo è però irriformabile. E l’Italia vive difficoltà catastrofiche sul piano economico e bancario. Probabilmente se non si risolveranno questi problemi, la colpa sarà del populismo. È necessario - conclude de Benoist - rifondare l’Europa su altre basi, dando risposte all’impoverimento dei popoli, e soluzioni alternative alla mondializzazione, all’omologazione attraverso le teorie gender e alla delocalizzazione delle aziende. In questo frangente così complesso l’Italia è considerata da tutti come una avanguardia da seguire con interesse e curiosità. Siamo solo all’inizio di un processo in costante evoluzione».

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