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BARI - Gli episodi di cronaca sono campanelli d’allarme. Quando un 60enne si procura un taglio all’addome («perché volevo smettere soffrire»), come accaduto di recente al San Paolo, o addirittura quando un 61enne è ritrovato cadavere per una caduta causata da un malore, come è successo al porticciolo di Santo Spirito un paio di settimane fa, significa purtroppo che, per quanti sforzi si facciano per fornire accoglienza e assistenza, il fenomeno è sempre attuale perché il disagio è davvero diffuso. Si stima che in Italia i senzatetto siano più di 50mila, che 8 su 10 siano uomini con un’età media di 44 anni e un livello di istruzione generalmente basso, e che nella metà dei casi si tratti di uno straniero.

A Bari gli indigenti «homeless» sono tra i 400 e i 500, con picchi nei periodi più critici (nei giorni più freddi d’inverno e più caldi d’estate). Uno su due è barese, con un’età media di circa 45 anni, finito nel tunnel generalmente per aver perso il lavoro oppure dopo aver affrontato una separazione coniugale. Molti di loro sono ospitati nei centri di accoglienza, si tratti del dormitorio «Andromeda» o degli altri 17 centri di accoglienza semiresidenziali gestiti da cooperative sociali oppure da associazioni laiche o religiose.

Tra questi c’è il «Don Vito Diana» della Caritas, in via Curzio dei Mille, una struttura, fortemente voluta dall'arcivescovo monsignor Francesco Cacucci e dalla Diocesi. La struttura ha compiuto il 4 ottobre scorso i 10 anni di attività.
«Ciò che emerge dall'ascolto e dall'accoglienza di tanti nostri fratelli senza dimora, sia italiani che immigrati, è la necessità di far riscoprire loro la dignità di potersi procurare il proprio pane con le proprie mani attraverso un lavoro dignitoso, in una propria casa, con legami positivi - afferma don Vito Piccinonna, direttore della Caritas diocesana -. Avvertiamo che la politica a tutti i livelli dovrebbe fare di piú per far sì che nessuno si senta senza dignità a causa del lavoro che manca. Ci auguriamo che per tutti i nostri ospiti, che consideriamo amici e fratelli, il tempo di permanenza nel nostro centro sia temporaneo e che al piú presto possa esserci una svolta positiva nelle loro vite. Intanto noi ci siamo».

Nell’ultimo decennio sono tante le storie di vita ascoltate dagli operatori sociali. «Tra tutte - racconta don Vito - mi piace ricordarne alcune. Ad esempio, quella di V., un giovane 21enne nato in Calabria: litiga con la propria famiglia a causa della scelta universitaria intrapresa e per essersi fidanzato con una ragazza non accettata dai genitori. Scappa di casa e si trasferisce a Bari per proseguire gli studi e poter stare un po’ più vicino alla sua nuova fidanzata. Arriva in dormitorio da solo con un trolley ed uno zaino contenente alcuni libri e qualche quaderno. Abbiamo cercato di creare le condizioni adatte affinché lui e la sua famiglia si riavvicinassero. Dopo numerosi colloqui intrapresi con il ragazzo e i suoi genitori, tramite il servizio ed il supporto del Centro di Ascolto Caritas, è riuscito a ricongiungersi con i suoi cari. Oggi è ormai prossimo alla laurea e insieme con la sua famiglia e alla fidanzata, nei giorni che precedono il Natale, viene a trovarci in dormitorio donandoci prodotti per l’igiene intima e vestiario».

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